Quella di oggi, 11 settembre 2026, è una puntata davvero speciale, perché è l’ultima di questo podcast che mi ha accompagnato e vi ha accompagnato per 925 volte.
Ho adorato la formula del diario pubblico quotidiano, che mi ha permesso di raccontare una o più storie con la rapidità del mezzo senza voler inseguire la polarizzazione dello scontro e del bercio che funziona sempre quando c’è di mezzo l’attualità. Questo, come sa chi mi ascolta, non significa che non ami prendere posizione quando c’è un argomento che mi interessa. Tutt’altro.
Ho concepito questo spazio sonoro come una sorta di blog. Ogni giorno una storia diversa. Ogni giorno degli appunti, delle spigolature. Ogni giorno il desiderio di provare a guardare il mondo con occhi diversi.
Con qualcuno di voi non siamo d’accordo, lo so, ce lo siamo anche scritti in questi anni. E va bene così.
In questo mondo così appiattito, normalizzato, ma al contempo feroce e verbalmente violento, la diversità di vedute è una ricchezza.
La civiltà passa anche dal saper gestire il dissenso, mestiere difficile dappertutto, ma necessario per evitare il rovesciamento di tutti i valori fondamentali.
Avere opinioni nette su un argomento non può cancellare la condivisione degli spazi di comunicazione.
In questi anni di podcast ho potuto riflettere sugli eventi tornando sopra alcuni temi che sono inevitabilmente diventati ricorrenti. Politica, carcere, videogiochi, qualche film. Stati Uniti, Donald Trump. Eccetera.
Avrei voluto fare di più e avrei voluto farlo meglio. Ma questo è un problema mio. Ogni volta che penso al lavoro che faccio sento che dovrei fare di più e meglio. È tutto sbagliato, è tutto da rifare, diceva quel tale.
Il formato del daily è oggi molto diffuso, permette di stare sul pezzo senza far trascorrere troppo tempo fra una puntata e l’altra. Permette a chi lo produce, come il sottoscritto, di creare un rapporto continuativo con gli ascoltatori.
Ho anche esplorato un genere molto battuto tra i podcaster, quello delle interviste. Anche in questo caso, avrei voluto farne di più.
Il podcast è un grande mezzo, perché permette in maniera approfondita di entrare nelle orecchie e dunque nella testa delle persone. Non si ascoltano podcast distrattamente, o almeno così mi piace pensarlo. Così come non si leggono libri distrattamente. O meglio: si possono anche leggere in maniera distratta, ma poi il risultato è che gli avvenimenti e il senso delle cose sfuggono alla nostra mente. Vale per i libri ma anche per i podcast. Un po’ per tutto insomma.
I podcast giocano un ruolo strategico anche nella comunicazione politica, come testimonia la campagna elettorale di Donald Trump nel 2024, quando fece il giro di tutti i podcaster controversi per cercare - peraltro con successo - di attirare il consenso degli under 30.
Chi ha amato come me le Pecore Elettriche non si rattristi, questo è soltanto un arrivederci, non un addio.
Non ho intenzione di sparire, anzi. Sì, mi rendo conto che questo è davvero un modo misterioso di congedarmi da voi che mi avete ascoltato fin qui, con la pazienza di chi dedica ogni giorno attenzione all’arte della polemica.
Molti di voi mi seguono anche sui social, sanno dove trovarmi: nei prossimi giorni insomma saprete che cosa farò.
Vi assicuro però che mi troverete sempre da queste parti. In giro, ma sempre da queste parti.
E che vuol dire?, si starà chiedendo qualcuno.
Che vuol dire “in giro, ma sempre da queste parti”? E quali sono queste parti?
Beh, senz’altro non lascerò questo gruppo editoriale al quale sono molto legato.
Anzi. Anzi.
Ciao, le Pecore Elettriche NON tornano lunedì.
Vi abbraccio.

