Il M5s ha esaurito la sua funzione politica?

Il fanatismo quasi religioso ha condotto il M5s a risultati sorprendenti negli ultimi dieci anni. Prima nel 2013, con quel 25 per cento raggiunto al primo colpo alle elezioni politiche. Cinque anni dopo, nel 2018, i voti sono persino cresciuti, superando il 32 per cento. 

Adesso di quei consensi non c’è più traccia. Sono svaniti come lacrime nella pioggia tra elezioni europee ed elezioni regionali (anche se in generale i grillini non sono mai stati competitivi in elezioni territoriali, amministrative o altro). 

Resta la trasformazione del M5s in un partito come tutti gli altri, con correnti e sottocorrenti in permanente guerra tra loro. Dicevano di combattere la “casta”, sono diventati parte di ciò che odiavano e quella mitologica “casta” è diventata persino affascinante. 

Non c’è argomento su cui il M5s non abbia, piroettando e fischiettando, cambiato idea. Sopratutto su principi e valori non negoziabili, almeno dal suo punto di vista. Il limite dei due mandati nelle istituzioni (adesso cancellato per i soli consiglieri comunali, poi si vedrà), le alleanze con le altre forze politiche (nel giro di due anni i Cinque stelle si sono alleati prima con la Lega poi con il Pd, poi si vedrà). 

Nonostante questo, però, i Cinque stelle hanno appena ottenuto una formidabile vittoria al referendum costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari, grazie anche al contributo dei loro avversari, culturalmente subalterni agli appelli del M5s al popolo. 

Ma il populismo grillino ha permeato ampi strati dell’opinione pubblica, lo dimostrano le polemiche su Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, il cui stipendio è stato aumentato – ha raccontato Repubblica, che ha scovato le carte – passando da 62 mila euro a 150 mila. Lo stipendio era ridicolo, per chi deve gestire le pensioni degli italiani, e fosse per me dovrebbe prenderne pure 300 mila. La mia forse è una opinione minoritaria, me ne rendo conto. 

In giro d’altronde si leggono molti appelli francescani alla cautela, di questi tempi, anche da parte di non grillini, mentre i grillini sono costretti a difendere un presidente di area perché guadagna di più (è tutta un paradosso questa storia, me ne rendo conto). 

Ma chi mai si presterebbe a dirigere un’istituzione rischiando molto per pochi soldi? Qualcuno di voi accetterebbe di fare il proprio lavoro alla metà dello stipendio? No, evidentemente. 

Il peso politico dei Cinque stelle è sceso di parecchio negli ultimi due anni, non quello istituzionale: i parlamentari grillini rimangono sempre quelli del 2018 (espulsioni e defezioni a parte), il che fa ben pensare che, fra le debolezze del Pd e quelle del M5s, la legislatura proseguirà fino al suo termine naturale. Ce lo vedete Luigi Di Maio a tornare alla vita di prima?

Quel che preoccupa di più, tuttavia, è il fardello lasciato in eredità da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, come dimostra il voto del 20 e 21 settembre contro la democrazia parlamentare.

Il duello Zaia-Salvini e il vincitore annunciato

Luca Zaia si è preso il tempo necessario per comporre la sua terza giunta regionale: una decina di giorni per risolvere anche il mini duello con Matteo Salvini, che vorrebbe mettere qualcuno dei suoi (punta alla vicepresidenza, ma potrebbe non ottenere nemmeno quella). 

Zaia può contare non soltanto sulla quantità del successo elettorale (il 75 per cento dei votanti ha confermato il governatore) ma anche sulla qualità. E per capirlo, bisogna dare un’occhiata alla sua lista Zaia, che alle elezioni ha trionfato.

Ripartiamo però dall’inizio, per capire perché il braccio di ferro Zaia-Salvini ha già un vincitore in partenza. Almeno in Veneto.

Salvini, temendo che la Lista Zaia prenda troppi voti, chiede ai leghisti di votare per la Lega e impone a Zaia di mettere gli assessori regionali uscenti nelle liste della Lega, pensando che questi portino molto consenso al partito e lo tolgano allo stesso governatore. 

Non va così. 

Nelle liste ci vanno gli assessori che, salvo un paio d’eccezioni, come Roberto Marcato, sono tutti molto vicini a Salvini. 

La lista Zaia libera degli spazi per il presidente, che può riempirla di suoi candidati, i quali puntualmente vengono eletti con un sacco di preferenze. 

Pensiamo a Stefano Busolin, suo ex assessore in provincia e nello staff quando Zaia era vicegovernatore di Giancarlo Galan; 4.900 voti), all’ex sindaco di Codognè Roberto Bet (8.484 voti) o ad Alberto Villanova (8.351). 

Nella lista della Lega viene eletto invece con 11.603 preferenze il fedele Roberto Marcato, assessore regionale uscente. 

Forse, insomma, Salvini ha sbagliato i conti. Voleva contenere Zaia, si è trovato Zaia al 75 per cento e il consiglio regionale pieno di Zaia boys.

Il viale di Rignano

Nel 2009, un trentaquattrenne di nome Matteo Renzi diventava sindaco di Firenze. Trentaquattro anni, come Mario Fabiani, primo sindaco fiorentino (comunista) del dopoguerra. 

Quell’elezione era stata preceduta da combattute e seguitissime primarie alle quali parteciparono, fra gli altri, Lapo Pistelli e Michele Ventura, il primo sostenuto seppur non esplicitamente dalla segreteria nazionale, il secondo inviato da Roma in quota D’Alema per fermare il ragazzo di Rignano sull’Arno. 

Fu una scommessa, e Renzi la vinse. Contro un partito che lo avversava e lo considerava un marziano. 

Uno schema che Renzi si è portato appresso per anni, anche quando è diventato – per due volte – segretario del Pd. Avversato e considerato un marziano. 

Questo non gli ha impedito di raggiungere alcuni obiettivi. È stato presidente del Consiglio, leader del Pd, ha portato il Pd al 40,8 per cento alle elezioni europee. Per oltre un quinquennio è stato centrale nel dibattito pubblico. Oltre dieci anni dopo le elezioni comunali di Firenze, nel 2020, Matteo Renzi fa il senatore di un partitino che alle elezioni regionali, in Toscana, a casa sua, ha preso il 4,48 per cento (e peraltro si presentava insieme a +Europa). 

A Firenze, la città di cui è stato sindaco, ha preso il 6,67 per cento. 

In pochi anni, l’ex sindaco di Firenze ha disperso un patrimonio politico, sociale, persino umano. Non si può parlare di “start up” perché non sono outsider quelli che hanno aperto Italia viva. Non è nato in un garage, come da cliché dell’innovazione americana.

In questi mesi mi sono chiesto spesso come sia potuto accadere. 

Ho provato a darmi una risposta. 

L’inizio della fine della parabola non si è verificato il 4 dicembre 2016, quando Renzi perse il referendum costituzionale che aveva caricato di senso politico, facendolo diventare un referendum sulla sua persona. Quando disse: se perdo, me ne vado (e non se ne andò). 

No, sono state le elezioni europee del 2014, quando Renzi prese il 40,8 per cento con il Pd. A quel punto l’ex rottamatore aveva a disposizione alcune strade, tra cui investire in un rapporto continuo e duraturo con l’elettorato moderato e di centrodestra che l’aveva premiato per la sua trasversalità, come già era accaduto alle primarie fiorentine del 2009, quando Renzi vinse grazie anche – così dicevano i flussi dei voti – all’elettorato di centrodestra. Ma alle regionali del 2015 questa connessione sentimentale con un pezzo di paese non c’era già più.

In questi anni ho parlato a lungo con persone che hanno sostenuto Renzi fin dall’inizio. Persone intellettualmente oneste e sinceramente convinte che Renzi potesse rappresentare la svolta per un paese ingessato e gerontocratico. A tutti loro, che oggi sono profondamente delusi dall’ex presidente del Consiglio, Renzi pareva un’ultima speranza. Ci avevano creduto davvero insomma. 

L’aspetto più interessante della parabola renziana è la velocità con cui l’ex sindaco di Firenze si è alienato le simpatie di quelli che gli volevano politicamente bene. Spesso i suoi tifosi di quart’ordine che girano sui social insistono sull’odio gratuito che ci sarebbe nei confronti dello statista di Rignano. Una parte del centrosinistra lo ha sempre avversato, non ha mai creduto in lui, ma non è questo il punto. Tutti hanno dei nemici.

Il punto è che Renzi ha deluso le aspettative di quelli che politicamente avevano creduto alla sua rottamazione, al suo assalto al cielo. Come pochi altri nella storia politica italiana, era davvero entrato in sintonia con un pezzo del paese. Per questo, poi, a un certo punto anche i più entusiasti sostenitori gli hanno voltato le spalle. Ma non erano loro, i traditori. Semmai è stato lui a tradire premesse e promesse. Di questo lui e i suoi ultrà – fin troppo accesi su Internet anche per essere ultrà – dovrebbero tenere conto. Non si dovrebbero preoccupare di quelli a cui stavano sulle scatole fin dall’inizio ma di quelli che via via hanno perduto. Persone in buona fede che andavano alla Leopolda, che un tempo era una contro manifestazione e che poi è diventata solo una manifestazione; persone che oggi hanno preso altre strade, qualcuno ritirandosi anche a vita privata.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali ho letto un sondaggio sulla Toscana che mi ha molto colpito. Dalla rilevazione di Quorum (realizzata tra il 28 agosto e il 4 settembre su 2.510 casi con metodologia mista CATI e CAWI), emergeva una questione importante riguardante la figura politica di Renzi. Solo il 14,4 per cento degli intervistati ha detto di avere “molta o abbastanza fiducia in Matteo Renzi”, mentre l’80,5 ha detto di averne “poca o nessuna fiducia” nel senatore fiorentino. Pochi giorni dopo ci sono state le elezioni e il risultato lo sapete. 

Tutti i leader hanno persone intorno che danno consigli. Alcuni anche non richiesti. I migliori si circondano di persone migliori, che sanno dire anche di “no”. I mediocri aspirano ad avere persone mediocri per non sentirsi inferiori. Per un periodo, Renzi aveva con sé alcune menti brillanti, penso a Giuliano da Empoli, Cosimo Pacciani. Persone che gli hanno anche detto “no”, merce rara in politica. Ecco, queste persone non ci sono più da anni, è prevalso il compiacimento e l’autocompiacimento. 

Renzi, insomma, si è dimostrato il peggior nemico di se stesso.

La contendibilità della Toscana

Leggo cose strane sulla Toscana, che improvvisamente — ma curiosamente solo dopo il risultato del vincitore Eugenio Giani, facile eh? — non era più contendibile. Come si possa sostenere una cosa del genere, mi pare fantascienza (ben oltre tic ideologici e propaganda).

Il Pd, consapevole di poter perdere, ha mobilitato elettorato e organizzazioni; la segreteria nazionale era seriamente preoccupata; in via Forlanini, sede del Pd toscano, era stata organizzata settimane prima del voto una riunione in modalità gabinetto di guerra dopo la pubblicazione di un’indagine demoscopica firmata da Roberto D’Alimonte sul Cise.

Tutte cose che hanno evidentemente funzionato, perché le campagne elettorali è così che si fanno.

Per capirlo, basta vedere l’analisi dei flussi in due città, Firenze e Livorno, fatta dall’ottimo Marco Valbruzzi dell’Istituto Cattaneo.

A Firenze, 21 elettori di Forza Italia su 100 hanno votato per Eugenio Giani; addirittura 45 elettori del M5s su 100 hanno votato per Giani e solo 33 per la loro candidata Irene Galletti. A Livorno, città che ha fatto in tempo a diventare grillina per un lustro, 33 elettori del M5s su 100 hanno votato per Giani e 39 per Galletti.

Se non era contendibile questa Regione, quale altra?

Leadership trasversali che durano qualche ora

C’è una questione di cui ho parlato l’altra mattina a La7 (sulla mia pagina Facebook trovate i miei singoli interventi nel corso della trasmissione) e che vorrei approfondire. Alcune leadership riescono a mantenere — per pochissimo, va detto — una trasversalità politica che consente ai loro partiti di far espandere i voti oltre il proprio bacino naturale. È successo a Renzi nel 2014, è successo a Salvini nel 2019. Mantenere questo consenso ampio è molto complicato (a meno che tu non sia Zaia e governi il Veneto, ma poi anche Zaia un giorno andrebbe calato a livello nazionale e le cose cambierebbero non poco; è un altro discorso, lo faremo).

In alcune zone, come Emilia-Romagna e Toscana, il centrodestra non ha proprio questo personale politico. Non può nemmeno contare sulla mitologica società civile, perché tutto sommato sempre di area politica vicina al centrosinistra o comunque nei pressi dell’ordine costituito.

Le candidature eminentemente salviniane (Susanna Ceccardi si è comportata politicamente meglio di Lucia Borgonzoni e la sua campagna elettorale è stata migliore della senatrice emiliana) possono essere dunque fermate dall’appello del centrosinistra alla mobilitazione resistenziale, che è esattamente quello che è accaduto in Toscana nelle ultime due settimane, come testimonia l’affluenza del voto in aumento domenica in aree come Firenze, Prato, Empoli.

“Le campagne elettorali sono i cinque anni di governo”, ama ripetere Zaia. A testimonianza del fatto che qualsiasi risultato conseguito nelle urne è messo in discussione il giorno dopo. Il centrodestra in Emilia-Romagna e in Toscana, nonostante le vittorie numerose ottenute in questi anni (mi riferisco soprattutto alla Toscana), non ha una sua subcultura, che poi è quello che cercavo di analizzare nel mio libro sui leghisti. Anche perché per costruirne una servono decenni di stratificazione “religiosa” del consenso. Non bastano insomma le sortite sulla sicurezza e l’immigrazione, con cui puoi vincere ma non continuare a convincere.

Per chi suona la campana in Toscana

Il centrosinistra ha comprensibilmente molta paura per quel che potrebbe accadere in Toscana, regione diventata come tutte le altre. Il Pd, quale che sia il risultato, ha l’obbligo di reinventarsi

Il centrosinistra ha comprensibilmente molta paura per quel che potrebbe accadere in Toscana. Una regione che è diventata come tutte le altre. Non da adesso, peraltro. Comunque andrà a finire, infatti, bisognerà smetterla — lo diciamo ad alcuni annoiati commentatori — di chiamarla “regione rossa”. La Toscana non è più così da un bel po’ di anni, come ha spiegato Mario Caciagli in un suo libro del 2017 (“Addio alla provincia rossa”, Carocci).

Gli unici a non averlo capito in finora, mentre gli elettori nel frattempo regalavano città su città al centrodestra (Arezzo, Pisa, Siena, Massa, Grosseto, Pistoia, ne cito solo alcune), sono stati i dirigenti del Pd. Probabilmente, se il centrosinistra dovesse vincere le elezioni (cosa possibile), nessuno di loro si interrogherebbe sul mutamento sociale ed economico di una regione che non cresce più.

Al centrosinistra, toscano e nazionale, non interessa un cambiamento ma posticipare di cinque anni la sconfitta.

Non interessa capire le ragioni di una progressiva perdita di peso politico e di senso in tutta la regione, ma passare la nottata del 20 e 21 settembre.

Dopo quel giorno, in caso di vittoria del Pd, non cambierà assolutamente niente. Firenze continuerà con il suo pippobaudismo della “meglio città che tutto il mondo ci invidia”; i partiti della coalizione di centrosinistra saranno in competizione all’interno del consiglio regionale, con Italia viva che adesso punta a fare l’ago della bilancia (ha dovuto rivedere le ambizioni del 10 per cento e ora i renziani dicono, sempre sottovoce, di mirare al 7–8 per cento massimo, ma già sarebbe un grosso risultato); i dirigenti romani del Pd tireranno un sospiro di sollievo nella speranza di non perdere, l’anno prossimo, la Capitale.

La politica non è più l’arte del compromesso, ma l’arte dell’accontentarsi. Non chiede più il realismo dell’impossibilità, ma la speranza della sopravvivenza. Il centrosinistra toscano — questa campagna elettorale lo ha dimostrato — è politicamente stanco. Per le idee, la selezione della classe dirigente. Si trascina verso la vittoria, forse, ma è la sua ultima chiamata, se non saprà reinventarsi. D’altronde, a tutti nella sua vita è capitato di doverlo fare. Perché mai chi ha governato da sempre in Toscana dovrebbe esserne esente?

Chi è che ci perde di più il 20 e 21 settembre

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C’è un partito che ha più da perdere di altri nelle elezioni del 20 e 21 settembre, scioccamente derubricate dal governo a questioncella di poco conto: il Partito democratico. Non soltanto perché in alcune regioni il centrosinistra si gioca la riconferma (Toscana e Puglia sono a rischio), mentre in Liguria l’accoppiata con i Cinque stelle potrebbe non scalfire il governo Toti. Il 20 e 21 settembre c’è anche il referendum costituzionale. Per settimane se n’è parlato poco, complice anche l’emergenza sanitaria tutt’altro che conclusa. 

Da qualche giorno però la discussione si è fatta interessante e il No pare aver riacquistato consensi, stando a quel che dicevano i sondaggi prima del periodo di silenzio obbligatorio. Io temo che il No non vincerà – troppo a lungo e con troppa insistenza è stata titillata l’opinione pubblica con sentimenti antiparlamentari e antipolitici per non vedere le conseguenze oggi – ma sarebbe significativo se la differenza fra il Sì e il No si assottigliasse. 

Anche in questo caso le conseguenze politiche sarebbero tutte a carico del Pd e del suo segretario Nicola Zingaretti, che con il suo Sì impacciato non fa un buon servizio né alla causa del Sì né a se stesso. L’unico vincitore, comunque sia, sarà il M5s. Era spacciato, perderà le elezioni regionali ovunque ma in caso di vittoria al referendum costituzionale assesterà un colpo ben piazzato non solo alla democrazia parlamentare ma pure agli alleati di governo. 

La paura di Beppe Conte

È già la seconda volta che Beppe Conte fa riferimento a Mario Draghi accennando a fatti o incontri privati. La prima volta ad aprile, in un’intervista al Giornale

“Draghi è persona di grande autorevolezza e di elevata professionalità. Se il riserbo dei nostri rapporti personali non mi facesse velo, io stesso potrei rivelare un episodio che testimonia la grandissima stima che ho per lui. Ma proprio per questo non è persona che si lascia tirare per la giacchetta in polemiche che nascono in modo palesemente strumentale e sono frutto di manovre politiche estemporanee”.

Già all’epoca non mi parve un passaggio elegante, condito peraltro dal mood “Draghi è una risorsa” o giù di lì. Stavolta Conte è andato oltre. Nel fine settimana, intervenendo alla festa del Fatto quotidiano, il “velo” è stato evidentemente squarciato dallo stesso presidente del Consiglio, che ha riferito di aver proposto a Draghi di guidare la Commissione Ue, “ma lui mi disse che non si sentiva disponibile perché era stanco”. Oltre alla maleducazione della rivelazione, mi sembra evidente che Conte tema un possibile confronto con l’ex presidente della Bce. 

Ma Conte può star sereno. Il timore del M5s di tornare alla vita di prima, senza sbiancamenti dentali e gite in barca, sarà più forte di un’eventuale sconfitta alle elezioni regionali dei partiti che compongono la maggioranza.

Populisti democratici

Da qualche settimana mi sono appassionato molto a Goffredo Bettini, l’uomo noto al piccolissimo pubblico per aver inventato la candidatura di Ignazio Marino. Lo vedo molto sui giornali, in tv, nel tentativo goffo e disperato di dare una pezza vagamente ideologica al patto Pd-M5s, che può tenere soltanto nelle menti dei dirigenti romani del centrosinistra. Come Bettini, appunto. 

Le sue interviste e i suoi interventi hanno passaggi magnifici per noialtri indagatori della politica sovrannaturale, che ci divertiamo con poco. Ci basta un eloquio lessicalmente povero e una ricca logorrea e siamo a posto con la nostra coscienza di iene dattilografe. 

Oggi però mi sono divertito assai a leggere il resoconto dell’intervento di Bettini alla festa nazionale del Psi a Napoli. Si parla del referendum costituzionale e inevitabilmente Bettini, schierato per il Sì, spiega perché la vittoria del No “può essere la pietra tombale sul cambiamento”. Il che dà come presupposto che questo cambiamento ci sia, sia in corso, che il governo di Beppe Conte II (gemello del Beppe Conte I che un tempo regnava con l’alfiere Matteo Salvini) abbia impresso alla politica italiana una ventata di novità come non si vedeva da anni. 

In effetti, una novità c’è e Bettini la descrive bene: il Pd ambisce a essere una succursale del M5s. Basta leggere l’ex europarlamentare per capirlo: “La riduzione del numero dei parlamentari credo possa portare a una maggiore riflessione su chi va in Parlamento. Anche perché la metà dei parlamentari oggi non fa niente”, ha detto alla festa del Psi. Posto che sarebbe interessante scoprire un giorno che cosa fa Bettini, una domanda sorge spontanea: ma con questo tipo di dirigenti del Pd, a che cosa serve l’alleanza con il M5s? Possono iscriversi direttamente alla piattaforma Rousseau. 

All’improvviso, la madre di tutte le elezioni regionali

Non so come finirà in Toscana, che un po’ distrattamente è diventata in questi primi giorni di settembre la madre di tutte le elezioni regionali. 

La partita, come si dice, è apertissima. Certo è che il centrosinistra non se la passa bene. Il candidato Eugenio Giani sembra esserne consapevole, a differenza di altri che a Roma sonnecchiano.  

Si fanno molti paragoni impropri con l’Emilia-Romagna, ma le differenze sono enormi. Giani non è Stefano Bonaccini, le liste che lo sostengono sono deboli (non come in Campania, dove la lista di Vincenzo De Luca rischia di prendere più voti del Pd), manca l’effetto sardine, Susanna Ceccardi non è Lucia Borgonzoni (che si era fatta sostituire in campagna elettorale da Matteo Salvini, e a un certo punto non si capiva più chi era il candidato) e forse potrebbero pure mancare i voti dei Cinque stelle, che in Emilia-Romagna in parte sono andati su Bonaccini. Aggiungo anche che la Toscana sembra essere più laica. La Lega già governa città importanti come Pisa e Siena. 

Non starò a ripetere quel che ho scritto altrove, in libri e articoli, ma un modello (politico, sociale e di selezione di classe dirigente) è finito e non ne è stato trovato un altro. Il che vale per la Toscana ma anche per altre regioni (ex) rosse. Come l’Umbria e, tra poco, probabilmente anche le Marche. 

Sicché, come mi ha detto Mario Curia, editore fiorentino, fondatore di Mandragora, “il Pd non può pensare di prendere i voti in Toscana con l’allarme fascismo e lo spirito resistenziale… Non basta dire ‘altrimenti vince la destra’ per mandare la gente alle urne. E dirò di più: la destra non è una bestemmia, anzi, magari ce ne fosse una seria”.