Per chi suona la campana in Toscana

Il centrosinistra ha comprensibilmente molta paura per quel che potrebbe accadere in Toscana, regione diventata come tutte le altre. Il Pd, quale che sia il risultato, ha l’obbligo di reinventarsi

Il centrosinistra ha comprensibilmente molta paura per quel che potrebbe accadere in Toscana. Una regione che è diventata come tutte le altre. Non da adesso, peraltro. Comunque andrà a finire, infatti, bisognerà smetterla — lo diciamo ad alcuni annoiati commentatori — di chiamarla “regione rossa”. La Toscana non è più così da un bel po’ di anni, come ha spiegato Mario Caciagli in un suo libro del 2017 (“Addio alla provincia rossa”, Carocci).

Gli unici a non averlo capito in finora, mentre gli elettori nel frattempo regalavano città su città al centrodestra (Arezzo, Pisa, Siena, Massa, Grosseto, Pistoia, ne cito solo alcune), sono stati i dirigenti del Pd. Probabilmente, se il centrosinistra dovesse vincere le elezioni (cosa possibile), nessuno di loro si interrogherebbe sul mutamento sociale ed economico di una regione che non cresce più.

Al centrosinistra, toscano e nazionale, non interessa un cambiamento ma posticipare di cinque anni la sconfitta.

Non interessa capire le ragioni di una progressiva perdita di peso politico e di senso in tutta la regione, ma passare la nottata del 20 e 21 settembre.

Dopo quel giorno, in caso di vittoria del Pd, non cambierà assolutamente niente. Firenze continuerà con il suo pippobaudismo della “meglio città che tutto il mondo ci invidia”; i partiti della coalizione di centrosinistra saranno in competizione all’interno del consiglio regionale, con Italia viva che adesso punta a fare l’ago della bilancia (ha dovuto rivedere le ambizioni del 10 per cento e ora i renziani dicono, sempre sottovoce, di mirare al 7–8 per cento massimo, ma già sarebbe un grosso risultato); i dirigenti romani del Pd tireranno un sospiro di sollievo nella speranza di non perdere, l’anno prossimo, la Capitale.

La politica non è più l’arte del compromesso, ma l’arte dell’accontentarsi. Non chiede più il realismo dell’impossibilità, ma la speranza della sopravvivenza. Il centrosinistra toscano — questa campagna elettorale lo ha dimostrato — è politicamente stanco. Per le idee, la selezione della classe dirigente. Si trascina verso la vittoria, forse, ma è la sua ultima chiamata, se non saprà reinventarsi. D’altronde, a tutti nella sua vita è capitato di doverlo fare. Perché mai chi ha governato da sempre in Toscana dovrebbe esserne esente?

Chi è che ci perde di più il 20 e 21 settembre

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C’è un partito che ha più da perdere di altri nelle elezioni del 20 e 21 settembre, scioccamente derubricate dal governo a questioncella di poco conto: il Partito democratico. Non soltanto perché in alcune regioni il centrosinistra si gioca la riconferma (Toscana e Puglia sono a rischio), mentre in Liguria l’accoppiata con i Cinque stelle potrebbe non scalfire il governo Toti. Il 20 e 21 settembre c’è anche il referendum costituzionale. Per settimane se n’è parlato poco, complice anche l’emergenza sanitaria tutt’altro che conclusa. 

Da qualche giorno però la discussione si è fatta interessante e il No pare aver riacquistato consensi, stando a quel che dicevano i sondaggi prima del periodo di silenzio obbligatorio. Io temo che il No non vincerà – troppo a lungo e con troppa insistenza è stata titillata l’opinione pubblica con sentimenti antiparlamentari e antipolitici per non vedere le conseguenze oggi – ma sarebbe significativo se la differenza fra il Sì e il No si assottigliasse. 

Anche in questo caso le conseguenze politiche sarebbero tutte a carico del Pd e del suo segretario Nicola Zingaretti, che con il suo Sì impacciato non fa un buon servizio né alla causa del Sì né a se stesso. L’unico vincitore, comunque sia, sarà il M5s. Era spacciato, perderà le elezioni regionali ovunque ma in caso di vittoria al referendum costituzionale assesterà un colpo ben piazzato non solo alla democrazia parlamentare ma pure agli alleati di governo. 

La paura di Beppe Conte

È già la seconda volta che Beppe Conte fa riferimento a Mario Draghi accennando a fatti o incontri privati. La prima volta ad aprile, in un’intervista al Giornale

“Draghi è persona di grande autorevolezza e di elevata professionalità. Se il riserbo dei nostri rapporti personali non mi facesse velo, io stesso potrei rivelare un episodio che testimonia la grandissima stima che ho per lui. Ma proprio per questo non è persona che si lascia tirare per la giacchetta in polemiche che nascono in modo palesemente strumentale e sono frutto di manovre politiche estemporanee”.

Già all’epoca non mi parve un passaggio elegante, condito peraltro dal mood “Draghi è una risorsa” o giù di lì. Stavolta Conte è andato oltre. Nel fine settimana, intervenendo alla festa del Fatto quotidiano, il “velo” è stato evidentemente squarciato dallo stesso presidente del Consiglio, che ha riferito di aver proposto a Draghi di guidare la Commissione Ue, “ma lui mi disse che non si sentiva disponibile perché era stanco”. Oltre alla maleducazione della rivelazione, mi sembra evidente che Conte tema un possibile confronto con l’ex presidente della Bce. 

Ma Conte può star sereno. Il timore del M5s di tornare alla vita di prima, senza sbiancamenti dentali e gite in barca, sarà più forte di un’eventuale sconfitta alle elezioni regionali dei partiti che compongono la maggioranza.

Populisti democratici

Da qualche settimana mi sono appassionato molto a Goffredo Bettini, l’uomo noto al piccolissimo pubblico per aver inventato la candidatura di Ignazio Marino. Lo vedo molto sui giornali, in tv, nel tentativo goffo e disperato di dare una pezza vagamente ideologica al patto Pd-M5s, che può tenere soltanto nelle menti dei dirigenti romani del centrosinistra. Come Bettini, appunto. 

Le sue interviste e i suoi interventi hanno passaggi magnifici per noialtri indagatori della politica sovrannaturale, che ci divertiamo con poco. Ci basta un eloquio lessicalmente povero e una ricca logorrea e siamo a posto con la nostra coscienza di iene dattilografe. 

Oggi però mi sono divertito assai a leggere il resoconto dell’intervento di Bettini alla festa nazionale del Psi a Napoli. Si parla del referendum costituzionale e inevitabilmente Bettini, schierato per il Sì, spiega perché la vittoria del No “può essere la pietra tombale sul cambiamento”. Il che dà come presupposto che questo cambiamento ci sia, sia in corso, che il governo di Beppe Conte II (gemello del Beppe Conte I che un tempo regnava con l’alfiere Matteo Salvini) abbia impresso alla politica italiana una ventata di novità come non si vedeva da anni. 

In effetti, una novità c’è e Bettini la descrive bene: il Pd ambisce a essere una succursale del M5s. Basta leggere l’ex europarlamentare per capirlo: “La riduzione del numero dei parlamentari credo possa portare a una maggiore riflessione su chi va in Parlamento. Anche perché la metà dei parlamentari oggi non fa niente”, ha detto alla festa del Psi. Posto che sarebbe interessante scoprire un giorno che cosa fa Bettini, una domanda sorge spontanea: ma con questo tipo di dirigenti del Pd, a che cosa serve l’alleanza con il M5s? Possono iscriversi direttamente alla piattaforma Rousseau. 

All’improvviso, la madre di tutte le elezioni regionali

Non so come finirà in Toscana, che un po’ distrattamente è diventata in questi primi giorni di settembre la madre di tutte le elezioni regionali. 

La partita, come si dice, è apertissima. Certo è che il centrosinistra non se la passa bene. Il candidato Eugenio Giani sembra esserne consapevole, a differenza di altri che a Roma sonnecchiano.  

Si fanno molti paragoni impropri con l’Emilia-Romagna, ma le differenze sono enormi. Giani non è Stefano Bonaccini, le liste che lo sostengono sono deboli (non come in Campania, dove la lista di Vincenzo De Luca rischia di prendere più voti del Pd), manca l’effetto sardine, Susanna Ceccardi non è Lucia Borgonzoni (che si era fatta sostituire in campagna elettorale da Matteo Salvini, e a un certo punto non si capiva più chi era il candidato) e forse potrebbero pure mancare i voti dei Cinque stelle, che in Emilia-Romagna in parte sono andati su Bonaccini. Aggiungo anche che la Toscana sembra essere più laica. La Lega già governa città importanti come Pisa e Siena. 

Non starò a ripetere quel che ho scritto altrove, in libri e articoli, ma un modello (politico, sociale e di selezione di classe dirigente) è finito e non ne è stato trovato un altro. Il che vale per la Toscana ma anche per altre regioni (ex) rosse. Come l’Umbria e, tra poco, probabilmente anche le Marche. 

Sicché, come mi ha detto Mario Curia, editore fiorentino, fondatore di Mandragora, “il Pd non può pensare di prendere i voti in Toscana con l’allarme fascismo e lo spirito resistenziale… Non basta dire ‘altrimenti vince la destra’ per mandare la gente alle urne. E dirò di più: la destra non è una bestemmia, anzi, magari ce ne fosse una seria”.

Il profetico Marcello Pera

Ho ritrovato un’intervista fatta a Marcello Pera nel 2018. Come al solito lucidissimo, l’ex presidente del Senato mi disse, in anticipo sui tempi, una cosa che vale la pena rileggersi oggi, mentre sta nascendo l’alleanza grillopidì:

“Sono stupito per il fatto che nel Pd ci sia qualcuno che voglia l’accordo con i Cinque stelle. Sono evidentemente in stato confusionale, non hanno chiaro chi sono, oppure pensano che chiunque si oppone al governo sia un loro alleato. Quando nel Pd dicono che quello del M5s è un pezzo del loro elettorato, di protesta, vuol dire che il Pd già aveva un elettorato di tale natura e che non sono riusciti a educarlo. L’elettore deluso berlusconiano va con Salvini, ma questi che stanno nel M5s non sono elettori delusi del Pd. Semplicemente, stavano dentro il Pd ma hanno altre intenzioni e caratteristiche, come quella di tagliare le teste. Sono cresciuti con i comizi di Grillo e hanno pensato che una volta arrivati al governo si potesse far davvero”.

Il resto dell’intervista, qui.

Per quanto tempo ancora Emiliano tratterà come fessi i suoi concittadini?

Dice Rino Formica che Michele Emiliano è un “uomo dotato di anima populista mercantile, in salsa barese, cioè opportunista”. 

In sostanza, dice tutto e il contrario di tutto, come ho avuto modo di spiegare una volta. E, attenzione, Emiliano ne è pienamente consapevole, come si evince da certe sue dichiarazioni: “Non c’è nessuno che conosce meglio di me questa regione e non c’è nessuno che ha commesso gli errori che ho commesso io, dunque sono l’unico che può correggerli”. 

Oggi sulla Stampa il presidente pugliese è riuscito a dire che lui, a differenza dei Cinque stelle, non era per la chiusura dell’ex Ilva. 

Ho dovuto rileggere il passaggio dell’intervista due volte perché non ci credevo. Eppure l’ha detto:

“Sull’ex Ilva avevamo posizioni differenti, perché loro promettevano la chiusura della fabbrica, io invece ho sostenuto sin dall’inizio la strada della decarbonizzazione”. 

Non è vero, è una falsità. 

Emiliano nel 2019, intervistato dal Fatto quotidiano (c’è pure il video), ha detto che “Ilva va chiusa”. 

Per quanto tempo ancora il presidente della Regione Puglia – incarnazione politica di Zelig – tratterà come fessi i suoi concittadini? 

Le usciate dei Cinque stelle al Pd

A niente sono servite le parole di Beppe Conte, che sul Fatto quotidiano ha intervistato Marco Travaglio per lanciare l’alleanza scolpita a colpi di Sacro Blog fra Pd e Cinque stelle nelle Marche e in Puglia. 

A niente sono serviti gli appelli della segreteria Zingaretti per accordarsi contro “le destre” (sempre plurali, mi raccomando) in regioni in cui Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono altamente competitive. 

A niente è servito il voto su Rousseau con il via libera dei militanti superstiti all’innominabile alleanza (fino a poco più di un anno fa) grillopidì. 

In cinque regioni su sei, M5s e Pd andranno separati. Solo in Liguria sono riusciti ad accordarsi, presentando Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto, come candidato. Giusto il commento su Twitter di Paolo Ermini, già condirettore del Corriere della Sera ed ex direttore del Corriere Fiorentino per 12 anni (seguitelo, è appena arrivato sui social): 

“Niente alleanza Pd-M5S alle regionali, nonostante gli appelli di Conte e di alcuni Dem di primo piano. Torna in mente l’usciata rifilata in streaming dai grillini all’allora leader del Pd Bersani che cercava il loro sostegno per un suo governo. Chi non ha idee cerca alleanze”. 

Le idee in effetti sono poche, basta leggere le interviste e gli interventi dei dirigenti del Pd per accorgersene (con alcune eccezioni naturalmente, mi riferisco al sindaco di Bergamo Giorgio Gori). 

Anche la posizione sul referendum è discutibile, come ho già avuto modo di spiegare, e mi pare che abbia ragione Matteo Orfini nell’intervista che gli ho fatto qualche giorno fa: 

“L’argomento per cui per non lasciare in mano il referendum ai populisti dobbiamo votare Sì è poco comprensibile logicamente oltre che politicamente: per non lasciare una riforma populista in mano ai populisti dobbiamo diventare anche noi populisti invece che contrastare il populismo. Mi pare un mix di subalternità e mancanza di coraggio, che è esattamente la ragione della forza dei populisti nel nostro paese”. 

Non che il Pd, poi, tragga molto da questa subalternità. Pur di vincere nelle regioni che governa – e che rischia di perdere – è disposto a tutto. Anche ad allearsi con chi per anni ha sputato sulla democrazia rappresentativa e poi, corteggiato e ben ricompensato, si concede il lusso dell’usciata. 

Referendum costituzionale, le ragioni per dire NO

Il 20 e 21 settembre ci sarà il referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Visto il clima che c’è nel paese, non da ora grazie a decenni di sentimenti anti casta, è facile ipotizzare che la riduzione di deputati (da 630 a 400) e senatori (da 315 a 200) passerà agilmente. Anche perché la grancassa grillina può contare sul sostegno, più o meno diretto, degli alleati di governo, segnatamente il Pd. Poche sono le voci che si stanno alzando per dire che così il taglio del numero dei parlamentari assomiglia alla Corazzata Potëmkin di Fantozzi. Anche perché non sono arrivati quei correttivi in nome dei quali anche il centrosinistra aveva deciso, dopo molti no, di far passare la riforma in Parlamento. 

Secondo i Cinque stelle (da Luigi Di Maio a Riccardo Fraccaro) il taglio produrrà un risparmio di 500 milioni di euro a legislatura, cento milioni l’anno. L’Osservatorio sui Conti pubblici italiani diretto da Carlo Cottarelli ha rivisto di parecchio le cifre, stimando il risparmio intorno a 57 milioni annui (285 milioni a legislatura), pari allo 0,007 della spesa pubblica. Il professor Sabino Cassese ha calcolato che il risparmio che si può ottenere è pari a un settimo del costo di un F35. “In realtà è un attacco alla democrazia parlamentare da parte di coloro che pensano alla democrazia diretta”, dice Cassese. I sostenitori del Sì al taglio non spiegano perché un parlamento ridotto sarebbe più efficiente. Tanto più se la qualità della classe dirigente espressa dai partiti resterà la stessa vista sin qui. Sicché, proprio per zelo, per ripararsi dalle critiche del popolo, sovente feroci, sono gli stessi partiti ad auto-tagliarsi, ad auto-ridursi. 

La “casta” contro la “casta” insomma cerca di recuperare, in maniera improbabile, il consenso. Perché ormai nella pubblica opinione è radicata la consapevolezza che la politica è un costo, che è uno spreco da evitare, tagliare, cancellare. La politica ha contribuito ad alimentare questo sentimento anche se, va detto con forza, il caso dei cinque parlamentari che hanno chiesto e ottenuto il bonus da 600 dell’Inps non c’entra niente con il referendum. Non può dunque essere usato dalla propaganda favorevole al taglio, non può essere usato da chi dice “vedete? Sono tutti dei mangiapane a tradimento”. C’entra con la selezione dei parlamentari fatta dai partiti, che cercano una deresponsabilizzazione autoriducendosi di numero. 

Il risultato lo ha descritto bene il sindaco di Bergamo Giorgio Gori su Huffington Post: “Riducendo i parlamentari da 915 a 600 l’Italia diventerà il Paese con il peggior rapporto tra numero di cittadini ed eletti, allontanando ancora di più gli uni dagli altri; verrà spazzato via il principio di rappresentatività territoriale, a danno principalmente delle aree interne e meno popolate; i parlamentari saranno scelti in liste bloccate ancora più corte e totalmente nelle mani dei leader nazionali”. 

Non è la prima volta che viene decisa la riduzione del numero dei parlamentari, ma è la prima volta che viene proposto un taglio lineare. La riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi prevedeva l’introduzione di un bicameralismo differenziato. In questo caso non c’è alcuna differenziazione fra Camera e Senato, c’è un taglio e basta. 

Nel 2016 gli italiani respinsero la riforma proposta da Renzi, senz’altro criticabile ma paragonata a questa più ragionevole. Stavolta, per i motivi suddetti, è probabile che il taglio venga confermato. I Cinque stelle vedranno coronato il loro sogno antiparlamentarista. 

Tra le considerazioni da fare ce n’è anche una eminentemente politica. Il centrosinistra sta appaltando il parlamento alle pulsioni populiste pur di compiacere gli alleati di governo a Cinque stelle. Il governo Conte I con la Lega li ha indeboliti, il governo Conte II potrebbe vivificarli grazie alla conquista di un traguardo insperato, con la collaborazione di chi per anni ha cercato di difendere la democrazia rappresentativa da quella diretta, che si chiama così perché c’è qualcuno che la dirige (la Casaleggio Associati).

[Una versione di questo intervento è uscita sul Messaggero Veneto]

Per quanto ancora Pd e Cinque stelle useranno Salvini come alibi?

Non è nemmeno più divertente recuperare le dichiarazioni grilline degli ultimi dieci anni – sui fermi principi e le ferme prese di posizione del M5s – per ricordare su quanti e quali argomenti si sono contraddetti. 

Gli archivi delle agenzie e dei vecchi post su Facebook e Twitter sono un cimitero di sortite burbanzose e insulti contro gli ex avversari. Piovra, mafiosi, pidioti, venduti, l’elenco di parole chiave per l’elettorato grillino che capi e capetti del M5s hanno utilizzato ossessivamente contro i vecchi nemici è lungo e sterminato. 

Non stupisce quindi che alla fine i Cinque stelle abbiano detto sì al terzo mandato per i consiglieri comunali (così Virginia Raggi potrà candidarsi) e sì anche all’alleanza con il Pd, voltando faccia a sé stessi. In fondo non stupisce neanche che Nicola Zingaretti si sia subito fiondato a congratularsi con i grillini per il testacoda, peraltro spacciato dagli stessi Cinque stelle per “evoluzione”. 

Bisogna però essere chiari: non c’è alcuna evoluzione. C’è solo il timore di perdere posizioni di potere acquisite all’interno di quelle stesse istituzioni descritte per anni come un covo di farabutti. 

Il tutto giustificato, secondo il Pd, con il pericolo dell’“avanzata delle destre” (sempre plurale) che il “nuovo centrosinistra” giallo-rosé vorrebbe scongiurare con operazioni pedagogico-ortopediche. 

Come se gli italiani avessero bisogno di essere salvati da qualcuno e non fossero capaci di difendersi. 

Ma fino a quando Pd e Cinque stelle potranno usare Salvini come giustificazione? Fino a quando Salvini sarà l’alibi che consentirà ai dirigenti del “nuovo centrosinistra” di spacciarsi come salvatori della patria e giustificare qualsiasi scelta politica?