Provate a fare l’assessore ai lavori pubblici di un Comune e poi ne riparliamo

Continuo a leggere e vedere pezzi di colleghi che parlano del caso Inps dicendo che sono “coinvolti persino 2.000 politici”. 

L’incapacità di distinguere è un problema serio, specie quando riguarda i giornalisti.

Fra quei 2.000 politici, stando a quanto viene detto, ci sono sindaci e assessori comunali che amministrano comuni prendendo una miseria e assumendosi rischi enormi. Provate a fare l’assessore ai lavori pubblici di un comune e poi ne riparliamo.

Invito a leggere il bellissimo post di Anita Pirovano, consigliera comunale a Milano:

“Dalle prime indagini sarebbe emerso che i cinque di Montecitorio sarebbero tre deputati della Lega, uno del Movimento 5 Stelle e uno di Italia Viva. Inoltre, nella vicenda sarebbero coinvolti addirittura duemila persone tra assessori regionali, consiglieri regionali e comunali, governatori e sindaci.”

Apprendo dunque da Repubblica online che sarei coinvolta (!) nello scandalo dei “furbetti del bonus” e mi autodenuncio. 

Non vivo di politica perché non voglio e non potrei. 

Non potrei perché ho un mutuo, faccio la spesa, mantengo mia figlia e – addirittura – ogni tanto mi piace uscire e durante le ferie andare in vacanza. In più ho studiato fino al dottorato e all’esame di stato per diventare psicologa e ricercatrice sociale, professione in cui negli ultimi tempi mi sembra spesso di essere “più utile” alla società che in consiglio comunale (attività a cui comunque dedico tutto il tempo non lavorato e la passione di cui sono capace). 

Infine e soprattutto pur non cedendo alle sirene antipolitiche ho capito sulla mia pelle che avere un lavoro (nel mio caso più d’uno in regime di lavoro autonomo) mi consente di essere “più libera” nell’impegno politico presente e ancora più nelle scelte sul futuro, per definizione incerto. 

Come tanti mi indigno – perché è surreale – se un parlamentare in carica fruisce ammortizzatori sociali e penso sia paradossale che una misura di sostegno al reddito non preveda nessuna soglia di reddito.

Tutto ciò premesso qualcuno – magari anche più lucido e meno incazzato di me – mi spiega perché da lavoratrice (e la politica non è un lavoro per definizione) non avrei dovuto fare richiesta di una misura di sostegno ai lavoratori destinata perché faccio anche politica? Considerato ovviamente che pur lavorando tanto ed essendo componente di un’assemblea elettiva (il che non mi garantisce nè un’indennità nè banalmente i contributi inps) ho un reddito annuo dignitoso e nulla di più. 

Mi arrabbio ancor più se penso che nel calderone dei 2.000 probabilmente sarà stato tirato in causa anche qualche sindaco (accomunato ai parlamentari o ai consiglieri regionali dal comune impegno politico ma non dal conto in banca) di un piccolissimo comune con una grandissima responsabilità pubblica e un’indennità di poche centinaia di euro annue.

Leggendo le parole della consigliera Pirovano, mi torna in mente un pezzo che scrissi nel 2015 dal titolo “Ce lo chiede la gggente”:

La politica però non può essere gratis, perché la democrazia ha un costo. “Un reclutamento non plutocratico del personale politico, dei dirigenti e dei loro seguaci, è legato – scrive Max Weber ne “La politica come professione” – all’ovvio presupposto che dall’esercizio della politica provengano a questi politici dei redditi regolari e sicuri. La politica può essere esercitata o ‘a titolo onorifico’, e quindi da persone, come si è soliti dire, ‘indipendenti’, cioè benestanti, soprattutto in possesso di rendite; oppure il suo esercizio viene reso accessibile a persone prive di beni, che quindi debbono ricevere un compenso. Il politico che vive della politica può essere un puro ‘percettore di prebende’ o un ‘impiegato’ retribuito”. Se vogliamo tornare a una distinzione della politica fra notabili e impiegati, questa è la strada. Trovateli poi, dunque, assessori disposti in un comune a caso fra i 15 mila e i 30 mila abitanti a farsi dare della casta dalla gggente per 1.372,47 euro lorde. Ah, il gentismo, malattia infantile del populismo.

La barbarizzazione dei (presunti) romani

Il Pd si era dato come compito – all’alba del secondo governo Conte, in virtù di una presunta superiorità antropologica – la romanizzazione dei barbari

Il risultato, un anno dopo, è che il centrosinistra è stato egemonizzato culturalmente dal grillismo, come fra le altre cose dimostra la compartecipazione al terribile referendum del prossimo settembre sul taglio del numero dei parlamentari; taglio peraltro che ha ottime probabilità di essere confermato, con l’aria che tira, e non da ora (l’antipolitica, l’antiparlamentarismo e l’antipartitismo non si inventano in pochi mesi, alle spalle ci sono anni di esercizio strutturato).

Per anni il centrosinistra si è posto il problema di come fare a contrastare le sortite populiste. A un certo punto è arrivata la risposta: uno zelante scimmiottamento. Da questo punto di vista, dunque, non stupiscono le posizioni del Pd sul referendum, di cui peraltro non si parla abbastanza. Il Paese ha la testa altrove, tra contagi che risalgono e vacanze più o meno impaurite. 

Non è tuttavia un dettaglio ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. 

Per qualcuno sembrerà invece normale. Decenni di sortite anti casta hanno sortito l’effetto desiderato: pensare che la politica sia uno spreco, un costo da tagliare, da ridurre. Alla costruzione, nell’opinione pubblica, di un simile sentimento hanno contribuito giornali e partiti, come il M5s, che per anni ha campato politicamente con l’assalto ai politici fino a prendere il potere e aderire però al medesimo schema che veniva contestato. La forza del M5s resta, nonostante l’epoca d’oro del 32 per cento sia finita, perché prima di iniziare la parabola discendente ha fatto in tempo a contaminare il dibattito pubblico e a dettare l’agenda, piegando gli alleati più intimoriti alle proprie intenzioni. Il Pd, insomma, sul referendum e non solo, si è limitato ad andare a rimorchio.

Il Pd si è arreso al populismo, dica no al referendum”, ha scritto Giorgio Gori nel suo nuovo blog su Huffington Post, spiegando bene di cosa stiamo parlando: 

“Parliamo del provvedimento ‘bandiera’ del populismo a 5 stelle, benedetto dal populismo di destra e infine dall’intera aula di Montecitorio – con l’unica eccezione dei deputati di +Europa – in un impeto autolesionistico in cui, per sembrare dalla parte del popolo, per non rischiare un’oncia di consenso, la casta ha pensato bene di dichiarare guerra alla casta, accettando di descriversi come una banda di poltronari privilegiati mangia-pane-a-tradimento, il male assoluto da estirpare o quantomeno da amputare – diciamo del 30 per cento – in cambio di un risparmio che i grillini millantano superiore ai 500 milioni e l’Osservatorio Cottarelli ha quantificato in 57 milioni scarsi (lo 0,007 della spesa pubblica) e Sabino Cassese ha riportato alla sua concreta entità: parliamo di 1/7 del costo di uno solo dei novanta F35 che l’Italia si è impegnata a comprare”. 

La questione si potrebbe chiudere qui, invece no. Anche perché va ricordato che il Pd, dopo essersi opposto quando non era al governo, s’è infine arreso appena sono iniziate le trattative con i grillini per formare il nuovo esecutivo, spiegando ai propri elettori che, “vedrete, adesso arrivano i correttivi e una nuova legge elettorale, e tutto andrà bene”. 

I correttivi  però non sono arrivati e niente va bene. Sicché, il Pd ha smesso di parlare del referendum, a parte qualche caso isolato (come il sindaco di Bergamo). 

D’altronde, non bisogna disturbare il manovratore populista. 

Beppe Conte, il pater familias

Per settimane, anzi, mesi, il presidente del Consiglio – espressione di un partito che è arrivato al potere sostenendo che più della conoscenza e dell’esperienza conta l’onestà, eia eia alalà – ha fatto riferimento, per giustificare le sue scelte compiute durante l’emergenza sanitaria, ai tecnici e alla commissione scientifica: “Preso atto che…”, “tenuto conto di quanto detto da…”, “ascoltato il parere di…”. 

Foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica.

Nelle dichiarazioni pubbliche di Beppe Conte c’è sempre stato lo scudo del comitato tecnico scientifico e di tutto l’ordine sacerdotale. L’aspetto pittoresco, naturalmente, è che l’appello non al popolo ma agli scienziati lo abbia fatto l’esponente di un movimento che ha dissacrato, massacrato, irriso, sputtanato qualsiasi competenza scientifica a vantaggio della sontuosa (oltre il 32 per cento 2018, anche se sembra passato un secolo) crescita politica del M5s, ma possiamo per ora limitarci a una sonora risata. 

Con la pubblicazione dei verbali del comitato tecnico scientifico però si capisce bene che, ogni volta che Conte ha parlato citando comitati ed esperti, si stava facendo scudo di quei comitati, quegli esperti che fino a ieri erano stati trattati come una banda di truffatori del popolo dal partito che lo ha portato a Palazzo Chigi. Quei tecnici sono stati ostentati dal governo di fronte all’opinione pubblica, salvo poi non essere ascoltati in alcuni frangenti topici. 

Secondo i verbali del comitato, i tecnici proposero una “zona rossa” per Nembro e Alzano Lombardo: “Il comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”. Come ormai noto, il governo decise di non dare seguito alle raccomandazioni del comitato e in Val Seriana non ci fu alcuna “zona rossa”. L’esibizione degli esperti è dunque servita a giustificare decisioni importanti, come la chiusura di tutto il paese, mentre gli esperti dicevano di differenziare il territorio a seconda della diffusione dell’epidemia. 

Luciano Pellicani spiegò una volta a Marco Valerio Lo Prete che “il politico deve rispondere con i fatti alle sollecitazioni degli intellettuali, invece questi ultimi vorrebbero che stesse sempre lì ad ascoltarli. Il primato della politica vuol dire ‘decisione sovrana’. Poi i tecnici restano indispensabili per non perdere il contatto con ciò che oggi fa muovere il mondo, la triade mercato-scienza-tecnologia”.

Si dirà che Conte ha appunto ribadito il primato della politica assumendosi un rischio. Ha fatto bene? Ha fatto male? Non ho prove per dirlo. So solo che economie meno floride di quella lombarda sono state pesantemente colpite dagli effetti del lockdown totale, ma ci sarà modo di tornarci sopra. 

Per ora mi limito a sottolineare che le decisioni politiche comportano anche l’assunzione di responsabilità di fronte all’opinione pubblica, che ha il diritto di essere informata. Conte e i suoi invece hanno sempre preferito l’atteggiamento paternalista: i cittadini non sono persone che meritano di conoscere come il governo compia le sue scelte, ma i figli emotivi di una nazione al cui vertice c’è un pater familias che si prende la briga di rassicurare i pargoli.

Caro Paolo, grazie

Paolo Ermini non sarà più direttore del Corriere Fiorentino. 

Penso che il Corriere della Sera abbia compiuto una scelta profondamente infelice, poi avrò modo di spiegare perché. 

Qui però voglio anzitutto ringraziare Paolo, per il quale ho iniziato a scrivere nel 2008, quando aprì il Corriere a Firenze, e che per me resta più di un direttore.

Chi mi conosce sa l’affetto che mi lega a lui, cui ho dedicato un libro su una città di cui siamo entrambi profondamente innamorati. 

Chi non mi conosce deve solo sapere che se per caso ha letto qualcosa di mio è perché Paolo è stato il direttore che mi ha dato un praticantato e mi ha permesso di diventare giornalista professionista. 

Avevo ventitré anni quando ho iniziato a lavorare con lui; mi sentivo, come oggi, in ritardo di un quarto d’ora sulla storia, una sensazione di cui probabilmente non mi libererò mai. Al primo colloquio gli sembrai un tipo bizzarro, quantomeno. Però mi dette fiducia.

Fiducia è una bellissima parola che mi spaventa, perché per natura sono diffidente. Deriva dal verbo fidĕre «fidare, confidare». Ecco, in questo mestiere senza più maestri, senza pazienza, Paolo mi ha concesso la sua fiducia. Si è fidato di me. Ha investito il suo tempo e le sue energie per migliorare il mio lavoro. 

Posso solo ringraziarlo. Anche per avermi permesso di andarmene e prendere altre strade, senza mai farmi mancare il suo sostegno.

Se il Corriere Fiorentino in questi anni ha saputo raccontare la politica in un certo modo, è grazie alle sue intuizioni. 

Se avete letto in questi anni le cronache del Corriere Fiorentino e vi siete divertiti, è merito di Paolo Ermini e della sua squadra di giornalisti che hanno creduto nel giornale per dodici anni.

Firenze è una città che sa essere terribile, dimentica tutto, i suoi figli e chi le vuole bene. Sa non essere generosa. 

Un’epoca si chiude e io sono molto triste.

Zingaretti e gli “schiavi” del M5s

Un tempo Nicola Zingaretti non parlava. 

Non diceva proprio niente. 

Intendiamoci, gli è andata bene così. 

Ha vinto tutto, facendo l’eurodeputato nel 2004, diventando presidente della Provincia di Roma nel 2008, conquistando la guida della Regione Lazio nel 2013. 

Poi si è candidato alla guida del Pd e nel 2019 è diventato segretario.

In quel periodo ha dovuto iniziare a dire qualcosa, non fosse altro perché c’erano delle primarie da celebrare e – senza voler esagerare con le parole – delle mozioni sulle quali confrontarsi. Un sacco di lettere a Repubblica sul rilancio del Pd, sullo stato di salute del progressismo italiano. Molte critiche a Matteo Salvini, considerato fondamentalmente un fascista, e al governo Conte 1. 

Di tutte le dichiarazioni ce n’è una che ho trovato in archivio che risale al 5 agosto 2019, poco prima della crisi balneare del Papeete. 

Diceva Zingaretti: 

“Il decreto Salvini è passato, l’Italia è più insicura. Grazie agli schiavi 5 stelle la situazione nelle città e nei quartieri rimarrà la stessa, anzi peggiorerà. Il crimine ringrazia, le persone sono sempre sole e le paure aumentano. Salvini ci campa”.

Poche settimane dopo con gli “schiavi” del M5s, Zingaretti ci ha fatto un governo e ha continuato a indignarsi moltissimo con i decreti Salvini.

“Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un Governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l’Italia” (3 settembre 2019); 

“I decreti Salvini si cambiano, come ha già annunciato la ministra Lamorgese, a gennaio. Forse si sarebbe potuto fare prima ma siamo entrati dentro il tunnel della legge di bilancio e non è stato possibile. Però non chiamiamoli ‘decreti sicurezza’ perché con la sicurezza non avevano niente a che fare. Questo è l’unico governo che ha raddoppiato le risorse per il contratto delle forze dell’ordine e pagato gli straordinari a polizia e carabinieri” (7 gennaio 2020). 

Ieri, a SkyTg24, Zingaretti ha aggiunto un’altra forte sortita pubblica contro i provvedimenti dell’ex ministro dell’Interno: 

“Mi rifiuto di chiamare i decreti Salvini decreti Sicurezza, perché di sicurezza non avevano nulla. I decreti sicurezza bisogna farli e dovranno essere dei decreti che aumentano la sicurezza nelle periferie, gli investimenti sulle forze dell’ordine e tutto quello che serve per portare sicurezza alle persone”. 

Sarà il caso che Zingaretti avverta il segretario del Pd, quello al governo con gli “schiavi”.

Fontana e lo stato libero di Bahama

Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha qualche problema con il concetto di trasparenza. 

Ricapitoliamo.

In un’intervista a Repubblica, ieri, ha confermato che i suoi genitori hanno portato fuori dall’Italia i loro risparmi, 5 milioni e trecentomila euro, ma non sa perché: era “una cosa purtroppo di moda a quei tempi”. 

Erano gli anni Ottanta e, si sa, tutti facevano roba strana; la gente cucinava il risotto con le fragole, qualcun altro metteva la vodka nelle pennette con il salmone. 

Risultato: i fondi della famiglia Fontana – che oggi sono in Svizzera – sono stati gestiti fino al 2015 da due trust alle Bahamas e poi sono stati “scudati” grazie alla voluntary disclosure, uno strumento che consente ai contribuenti che “detengono illecitamente patrimoni all’estero di regolarizzare la propria posizione denunciando spontaneamente all’amministrazione finanziaria” la violazione degli obblighi di monitoraggio. 

“Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente; è riportato nella mia dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”, si è difeso il presidente lombardo nell’intervista a Rep

Ma non è vero, come racconta Luigi Ferrarella in un dettagliato articolo sul Corriere della Sera, uscito sempre ieri, nel quale si spiega peraltro che i due trust alle Bahamas sono stati creati nel 1997, quando dal risotto alle fragole si era già passati ai gelati al gusto Puffo: “Sullo scudo fiscale Attilio Fontana, come ieri in Regione, ha sempre taciuto: tanto da essere sanzionato nel 2017 dall’Anac”, con mille euro di multa, “per aver omesso nel 2016, da ex sindaco di Varese, l’obbligatorio stato patrimoniale nel quale sarebbero comparsi i 5 milioni di scudo fiscale in Svizzera nel 2015”. 

La voluntary disclosure non è ovviamente illegale e dire fregnacce al popolo non è fortunatamente sanzionabile pecuniariamente o con le manette, altrimenti avremmo intere schiere di politici multati o imprigionati per le balle che sparano. 

L’accusa di frode per la storia dei camici dell’azienda del cognato, certo, è in piedi e vedremo come andrà a finire. 

Non è necessario tuttavia violare qualche legge per essere politicamente discutibili. Il problema è che questa distinzione si è persa, come se fosse meglio affidare alla magistratura anche un giudizio politico. Come se si dovesse attendere la magistratura per individuare le balle di un presidente di regione.

Ma vi ricordate quando un tempo qua era tutta campagna (sui decreti sicurezza)?

Ma vi ricordate quando un tempo qua era tutta campagna (sui tutti decreti sicurezza)? Quando da una parte c’era il governo Conte 1 con Lega e Cinque stelle, il ministro dell’Interno era Matteo Salvini, il presidente del Consiglio sempre Beppe Conte, e il Pd organizzava le barricate contro i provvedimenti salviniani fascisti? 

Ecco, con il governo Conte 2 non è cambiato niente.

C’è ancora Beppe Conte, il ministro dell’Interno è un altro, il Pd è al governo e la Lega all’opposizione. Ah già, anche i Cinque stelle sono sempre lì, come i decreti sicurezza. La cui modifica o finanche cancellazione era stata chiesta con insistenza dal Pd finché Salvini era al governo. Adesso è rimasto, coerentemente, soprattutto il deputato Matteo Orfini a chiedersi perché la maggioranza di governo non ci abbia ancora messo mano. Nel frattempo si sono susseguiti molti annunci a firma Zingaretti, nel tentativo di rassicurare il popolo:

“Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un Governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l’Italia” (3 settembre 2019).

“I decreti Salvini si cambiano, come ha già annunciato la ministra Lamorgese, a gennaio. Forse si sarebbe potuto fare prima ma siamo entrati dentro il tunnel della legge di bilancio e non è stato possibile. Però non chiamiamoli ‘decreti sicurezza’ perché con la sicurezza non avevano niente a che fare. Questo è l’unico governo che ha raddoppiato le risorse per il contratto delle forze dell’ordine e pagato gli straordinari a polizia e carabinieri” (7 gennaio 2020)

Il tunnel della legge di bilancio, il tunnel del coronavirus, il tunnel del M5s che non vuole cambiarli. C’è sempre qualche ragione per lasciare tutto com’è. 

Eppure le cronache ricordano che all’assemblea del Pd di Bologna il deputato Orfini presentò quattro ordini del giorno, raccogliendo centinaia di firme. Uno di questi era sull’abrogazione dei decreti sicurezza. Il segretario del Pd dovette accoglierli e nelle conclusioni urlò che lui avrebbe dato seguito alla parola data, perché è giusto e perché i problemi si risolvono e non si usano per avere visibilità. 

Risultato: siccome il Pd non ha la forza politica per abrogare i decreti sicurezza – il M5s non vuole, Conte nemmeno – è rimasto tutto come quando c’era Salvini. Solo che adesso non si può gridare al fascismo. 

Update, 16:30:

Zingaretti ci prende per fessi: 

“Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile. Era chiaro da mesi che gli effetti dell’epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema. Sono scenari che il Governo deve valutare con la più grande attenzione. Ora occorre un impegno straordinario su più fronti: nel campo dell’accoglienza, del collocamento in Europa e in Italia dei flussi, di presenza politica e chiarezza nei confronti dei Paesi di partenza, a cominciare dalla difesa dei diritti umani, dalla ricostruzione della rete di accoglienza in Italia. Solidarietà e sicurezza sono valori che possono e debbono andare di pari passo. Per la verità sono mesi che poniamo questi temi. Ora ribadiamo, occorre lavorare affinché il Governo urgentemente e nella sua interezza affronti in maniera adeguata questa complessa materia”.

La credibilità dei Cinque stelle

La vicenda di Josè Alvarez e Rocco Casalino insegna unicamente una cosa, per ora. I Cinque stelle hanno costruito la loro fortuna politica distribuendo patenti di correttezza e purezza morale; così hanno superato il 32 per cento nel 2018, così hanno potuto esprimere per due volte di seguito il presidente del Consiglio, così hanno potuto attribuirsi per dieci anni una levatura istituzionale piazzando in parlamento gente che non crede all’allunaggio o altra con evidenti difficoltà nell’elementare comprensione di un testo.

Dal 2013 in poi, però, cioè da quando sono entrati nel Palazzo, hanno iniziato ad apprezzare anche gli aspetti più scivolosi del potere, cioè quelli che hanno denunciato fin dal primo giorno in cui hanno cominciato a mandare in streaming le sedute dei consigli comunali. Ho sempre pensato, e continuo a pensare, che non sia cambiato nulla negli ultimi anni, nonostante i tentativi di auto-ripulitura.

I Cinque stelle sono sempre stati così; predicavano l’odio sociale non per convinzione ideologica – magari con un sostrato intellettuale – ma per desiderio di applicare la decrescita infelice a chi è più felice. Di danni ne hanno fatti non pochi in dieci anni, visto che hanno contaminato altri attori politici con il loro antiparlamentarismo (ma la colpa è anche di chi si è fatto contaminare). L’unica cosa che è cambiata davvero è che in due anni hanno fatto prima un governo con la Lega e poi con il Pd e con Italia viva. In un colpo solo, si sono circondati del peggior letame – a detta loro, beninteso – che la storia repubblicana potesse offrire.

Se il fidanzato di Casalino, della cui vita privata non importa assolutamente nulla ai fini del dibattito pubblico e dell’analisi politica, fosse stato il fidanzato o la fidanzata di qualcun altro di un altro partito, oggi i Cinque stelle starebbero strepitando, con Di Battista armato di casco di motorino in mano, pronto a salire su un palco ruttando bestialità contro i felloni. Oggi non è così. E il motivo è evidente. I Cinque stelle non sono più credibili.

Non ci sono più nemmeno le scimmie

La quantità assurda di battaglie di retroguardia elargite ogni giorno da vertici delle istituzioni e dei partiti è impressionante e avvilente. Però tutto ben condito con espressione contrita, perché la retorica va sempre accompagnata dall’espressione del dolore. 
Gente che surfa sul comune sentire in assenza di convinzioni strutturate per le quali varrebbe la pena combattere. 
Oggi è il turno delle pensioni di ex parlamentari ultra settantenni, alcuni malati, con membri del governo che parlano di “malloppo” quando l’unico furto ai danni della collettività è la loro indennità parlamentare che collezionano dal 2013 in omaggio a un paese ridicolo che ha portato i Cinque stelle al potere e che adesso assiste a faccende ridicole, tra Casaleggio che conciona sui giornali e in tv come se avesse qualcosa da dire e il descamisado Di Battista che cerca di scandalizzare l’opinione pubblica con le sue banalità. 
Un paese ridicolo e che si prende molto sul serio, ostentando un perenne senso di indignazione riservato però esclusivamente alle puttanate. 
Il circolo dei rutti ogni giorno cambia verso, domani toccherà in sorte a un’altra campagna per la quale indignarsi. Ogni giorno però viene fatto un passo in avanti verso la perdita complessiva di senso del dibattito pubblico, persino dello Stato nelle sue varie articolazioni. Un morbo che ha contaminato giornali, partiti, intellettuali (qualsiasi cosa vogliano dire oggi queste parole). Diceva Nietzsche, uno che oggi verrebbe incenerito, non pubblicato, offeso, insultato, descritto come un infame dalle ir-ragioni del comune sentire, che “ho cercato dei grandi uomini e non ho mai trovato altro che le scimmie del loro ideale”. Oggi fatico pure a vedere le scimmie.

La discreta cenciata di Salvini

Salvini ha preso una discreta cenciata oggi con l’ufficializzazione delle candidature alle elezioni regionali. Per settimane, adducendo l’intenzione di voler rafforzare la presenza della Lega nel Mezzogiorno, ha cercato di stoppare Raffaele Fitto in Puglia (indicato da Fratelli d’Italia, confermato) e Stefano Caldoro in Campania (indicato da Forza Italia, confermato). Non c’è riuscito. Come contentino potrà avere un candidato leghista a Reggio Calabria. 


Giorgia Meloni ha tenuto il punto e rischia di vincere in Puglia, dove i sondaggi danno avanti il centrodestra e i partiti che compongono la maggioranza di governo presentano tre candidati distinti. Luca Zaia, naturalmente confermato in Veneto (e chi lo tocca), potrà passeggiare sulle macerie della Lega salviniana.

Siccome la politica italiana e l’opinione pubblica italiana vivono di regolari innamoramenti e altrettanto regolari disaffezioni, specie quando ti chiami Matteo e inizi a esorbitare, direi che Salvini non deve più preoccuparsi solo di se stesso.