Caro Paolo, grazie

Paolo Ermini non sarà più direttore del Corriere Fiorentino. 

Penso che il Corriere della Sera abbia compiuto una scelta profondamente infelice, poi avrò modo di spiegare perché. 

Qui però voglio anzitutto ringraziare Paolo, per il quale ho iniziato a scrivere nel 2008, quando aprì il Corriere a Firenze, e che per me resta più di un direttore.

Chi mi conosce sa l’affetto che mi lega a lui, cui ho dedicato un libro su una città di cui siamo entrambi profondamente innamorati. 

Chi non mi conosce deve solo sapere che se per caso ha letto qualcosa di mio è perché Paolo è stato il direttore che mi ha dato un praticantato e mi ha permesso di diventare giornalista professionista. 

Avevo ventitré anni quando ho iniziato a lavorare con lui; mi sentivo, come oggi, in ritardo di un quarto d’ora sulla storia, una sensazione di cui probabilmente non mi libererò mai. Al primo colloquio gli sembrai un tipo bizzarro, quantomeno. Però mi dette fiducia.

Fiducia è una bellissima parola che mi spaventa, perché per natura sono diffidente. Deriva dal verbo fidĕre «fidare, confidare». Ecco, in questo mestiere senza più maestri, senza pazienza, Paolo mi ha concesso la sua fiducia. Si è fidato di me. Ha investito il suo tempo e le sue energie per migliorare il mio lavoro. 

Posso solo ringraziarlo. Anche per avermi permesso di andarmene e prendere altre strade, senza mai farmi mancare il suo sostegno.

Se il Corriere Fiorentino in questi anni ha saputo raccontare la politica in un certo modo, è grazie alle sue intuizioni. 

Se avete letto in questi anni le cronache del Corriere Fiorentino e vi siete divertiti, è merito di Paolo Ermini e della sua squadra di giornalisti che hanno creduto nel giornale per dodici anni.

Firenze è una città che sa essere terribile, dimentica tutto, i suoi figli e chi le vuole bene. Sa non essere generosa. 

Un’epoca si chiude e io sono molto triste.

Zingaretti e gli “schiavi” del M5s

Un tempo Nicola Zingaretti non parlava. 

Non diceva proprio niente. 

Intendiamoci, gli è andata bene così. 

Ha vinto tutto, facendo l’eurodeputato nel 2004, diventando presidente della Provincia di Roma nel 2008, conquistando la guida della Regione Lazio nel 2013. 

Poi si è candidato alla guida del Pd e nel 2019 è diventato segretario.

In quel periodo ha dovuto iniziare a dire qualcosa, non fosse altro perché c’erano delle primarie da celebrare e – senza voler esagerare con le parole – delle mozioni sulle quali confrontarsi. Un sacco di lettere a Repubblica sul rilancio del Pd, sullo stato di salute del progressismo italiano. Molte critiche a Matteo Salvini, considerato fondamentalmente un fascista, e al governo Conte 1. 

Di tutte le dichiarazioni ce n’è una che ho trovato in archivio che risale al 5 agosto 2019, poco prima della crisi balneare del Papeete. 

Diceva Zingaretti: 

“Il decreto Salvini è passato, l’Italia è più insicura. Grazie agli schiavi 5 stelle la situazione nelle città e nei quartieri rimarrà la stessa, anzi peggiorerà. Il crimine ringrazia, le persone sono sempre sole e le paure aumentano. Salvini ci campa”.

Poche settimane dopo con gli “schiavi” del M5s, Zingaretti ci ha fatto un governo e ha continuato a indignarsi moltissimo con i decreti Salvini.

“Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un Governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l’Italia” (3 settembre 2019); 

“I decreti Salvini si cambiano, come ha già annunciato la ministra Lamorgese, a gennaio. Forse si sarebbe potuto fare prima ma siamo entrati dentro il tunnel della legge di bilancio e non è stato possibile. Però non chiamiamoli ‘decreti sicurezza’ perché con la sicurezza non avevano niente a che fare. Questo è l’unico governo che ha raddoppiato le risorse per il contratto delle forze dell’ordine e pagato gli straordinari a polizia e carabinieri” (7 gennaio 2020). 

Ieri, a SkyTg24, Zingaretti ha aggiunto un’altra forte sortita pubblica contro i provvedimenti dell’ex ministro dell’Interno: 

“Mi rifiuto di chiamare i decreti Salvini decreti Sicurezza, perché di sicurezza non avevano nulla. I decreti sicurezza bisogna farli e dovranno essere dei decreti che aumentano la sicurezza nelle periferie, gli investimenti sulle forze dell’ordine e tutto quello che serve per portare sicurezza alle persone”. 

Sarà il caso che Zingaretti avverta il segretario del Pd, quello al governo con gli “schiavi”.

Fontana e lo stato libero di Bahama

Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha qualche problema con il concetto di trasparenza. 

Ricapitoliamo.

In un’intervista a Repubblica, ieri, ha confermato che i suoi genitori hanno portato fuori dall’Italia i loro risparmi, 5 milioni e trecentomila euro, ma non sa perché: era “una cosa purtroppo di moda a quei tempi”. 

Erano gli anni Ottanta e, si sa, tutti facevano roba strana; la gente cucinava il risotto con le fragole, qualcun altro metteva la vodka nelle pennette con il salmone. 

Risultato: i fondi della famiglia Fontana – che oggi sono in Svizzera – sono stati gestiti fino al 2015 da due trust alle Bahamas e poi sono stati “scudati” grazie alla voluntary disclosure, uno strumento che consente ai contribuenti che “detengono illecitamente patrimoni all’estero di regolarizzare la propria posizione denunciando spontaneamente all’amministrazione finanziaria” la violazione degli obblighi di monitoraggio. 

“Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente; è riportato nella mia dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”, si è difeso il presidente lombardo nell’intervista a Rep

Ma non è vero, come racconta Luigi Ferrarella in un dettagliato articolo sul Corriere della Sera, uscito sempre ieri, nel quale si spiega peraltro che i due trust alle Bahamas sono stati creati nel 1997, quando dal risotto alle fragole si era già passati ai gelati al gusto Puffo: “Sullo scudo fiscale Attilio Fontana, come ieri in Regione, ha sempre taciuto: tanto da essere sanzionato nel 2017 dall’Anac”, con mille euro di multa, “per aver omesso nel 2016, da ex sindaco di Varese, l’obbligatorio stato patrimoniale nel quale sarebbero comparsi i 5 milioni di scudo fiscale in Svizzera nel 2015”. 

La voluntary disclosure non è ovviamente illegale e dire fregnacce al popolo non è fortunatamente sanzionabile pecuniariamente o con le manette, altrimenti avremmo intere schiere di politici multati o imprigionati per le balle che sparano. 

L’accusa di frode per la storia dei camici dell’azienda del cognato, certo, è in piedi e vedremo come andrà a finire. 

Non è necessario tuttavia violare qualche legge per essere politicamente discutibili. Il problema è che questa distinzione si è persa, come se fosse meglio affidare alla magistratura anche un giudizio politico. Come se si dovesse attendere la magistratura per individuare le balle di un presidente di regione.

Ma vi ricordate quando un tempo qua era tutta campagna (sui decreti sicurezza)?

Ma vi ricordate quando un tempo qua era tutta campagna (sui tutti decreti sicurezza)? Quando da una parte c’era il governo Conte 1 con Lega e Cinque stelle, il ministro dell’Interno era Matteo Salvini, il presidente del Consiglio sempre Beppe Conte, e il Pd organizzava le barricate contro i provvedimenti salviniani fascisti? 

Ecco, con il governo Conte 2 non è cambiato niente.

C’è ancora Beppe Conte, il ministro dell’Interno è un altro, il Pd è al governo e la Lega all’opposizione. Ah già, anche i Cinque stelle sono sempre lì, come i decreti sicurezza. La cui modifica o finanche cancellazione era stata chiesta con insistenza dal Pd finché Salvini era al governo. Adesso è rimasto, coerentemente, soprattutto il deputato Matteo Orfini a chiedersi perché la maggioranza di governo non ci abbia ancora messo mano. Nel frattempo si sono susseguiti molti annunci a firma Zingaretti, nel tentativo di rassicurare il popolo:

“Con la chiusura del lavoro programmatico si è fatto un altro passo avanti per un Governo di svolta. Ridurre le tasse sul lavoro, sviluppo economico, green economy, rilancio di scuola, università e ricerca, modifica radicale dei decreti sicurezza. Ora andiamo a cambiare l’Italia” (3 settembre 2019).

“I decreti Salvini si cambiano, come ha già annunciato la ministra Lamorgese, a gennaio. Forse si sarebbe potuto fare prima ma siamo entrati dentro il tunnel della legge di bilancio e non è stato possibile. Però non chiamiamoli ‘decreti sicurezza’ perché con la sicurezza non avevano niente a che fare. Questo è l’unico governo che ha raddoppiato le risorse per il contratto delle forze dell’ordine e pagato gli straordinari a polizia e carabinieri” (7 gennaio 2020)

Il tunnel della legge di bilancio, il tunnel del coronavirus, il tunnel del M5s che non vuole cambiarli. C’è sempre qualche ragione per lasciare tutto com’è. 

Eppure le cronache ricordano che all’assemblea del Pd di Bologna il deputato Orfini presentò quattro ordini del giorno, raccogliendo centinaia di firme. Uno di questi era sull’abrogazione dei decreti sicurezza. Il segretario del Pd dovette accoglierli e nelle conclusioni urlò che lui avrebbe dato seguito alla parola data, perché è giusto e perché i problemi si risolvono e non si usano per avere visibilità. 

Risultato: siccome il Pd non ha la forza politica per abrogare i decreti sicurezza – il M5s non vuole, Conte nemmeno – è rimasto tutto come quando c’era Salvini. Solo che adesso non si può gridare al fascismo. 

Update, 16:30:

Zingaretti ci prende per fessi: 

“Quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile. Era chiaro da mesi che gli effetti dell’epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema. Sono scenari che il Governo deve valutare con la più grande attenzione. Ora occorre un impegno straordinario su più fronti: nel campo dell’accoglienza, del collocamento in Europa e in Italia dei flussi, di presenza politica e chiarezza nei confronti dei Paesi di partenza, a cominciare dalla difesa dei diritti umani, dalla ricostruzione della rete di accoglienza in Italia. Solidarietà e sicurezza sono valori che possono e debbono andare di pari passo. Per la verità sono mesi che poniamo questi temi. Ora ribadiamo, occorre lavorare affinché il Governo urgentemente e nella sua interezza affronti in maniera adeguata questa complessa materia”.

La credibilità dei Cinque stelle

La vicenda di Josè Alvarez e Rocco Casalino insegna unicamente una cosa, per ora. I Cinque stelle hanno costruito la loro fortuna politica distribuendo patenti di correttezza e purezza morale; così hanno superato il 32 per cento nel 2018, così hanno potuto esprimere per due volte di seguito il presidente del Consiglio, così hanno potuto attribuirsi per dieci anni una levatura istituzionale piazzando in parlamento gente che non crede all’allunaggio o altra con evidenti difficoltà nell’elementare comprensione di un testo.

Dal 2013 in poi, però, cioè da quando sono entrati nel Palazzo, hanno iniziato ad apprezzare anche gli aspetti più scivolosi del potere, cioè quelli che hanno denunciato fin dal primo giorno in cui hanno cominciato a mandare in streaming le sedute dei consigli comunali. Ho sempre pensato, e continuo a pensare, che non sia cambiato nulla negli ultimi anni, nonostante i tentativi di auto-ripulitura.

I Cinque stelle sono sempre stati così; predicavano l’odio sociale non per convinzione ideologica – magari con un sostrato intellettuale – ma per desiderio di applicare la decrescita infelice a chi è più felice. Di danni ne hanno fatti non pochi in dieci anni, visto che hanno contaminato altri attori politici con il loro antiparlamentarismo (ma la colpa è anche di chi si è fatto contaminare). L’unica cosa che è cambiata davvero è che in due anni hanno fatto prima un governo con la Lega e poi con il Pd e con Italia viva. In un colpo solo, si sono circondati del peggior letame – a detta loro, beninteso – che la storia repubblicana potesse offrire.

Se il fidanzato di Casalino, della cui vita privata non importa assolutamente nulla ai fini del dibattito pubblico e dell’analisi politica, fosse stato il fidanzato o la fidanzata di qualcun altro di un altro partito, oggi i Cinque stelle starebbero strepitando, con Di Battista armato di casco di motorino in mano, pronto a salire su un palco ruttando bestialità contro i felloni. Oggi non è così. E il motivo è evidente. I Cinque stelle non sono più credibili.

Non ci sono più nemmeno le scimmie

La quantità assurda di battaglie di retroguardia elargite ogni giorno da vertici delle istituzioni e dei partiti è impressionante e avvilente. Però tutto ben condito con espressione contrita, perché la retorica va sempre accompagnata dall’espressione del dolore. 
Gente che surfa sul comune sentire in assenza di convinzioni strutturate per le quali varrebbe la pena combattere. 
Oggi è il turno delle pensioni di ex parlamentari ultra settantenni, alcuni malati, con membri del governo che parlano di “malloppo” quando l’unico furto ai danni della collettività è la loro indennità parlamentare che collezionano dal 2013 in omaggio a un paese ridicolo che ha portato i Cinque stelle al potere e che adesso assiste a faccende ridicole, tra Casaleggio che conciona sui giornali e in tv come se avesse qualcosa da dire e il descamisado Di Battista che cerca di scandalizzare l’opinione pubblica con le sue banalità. 
Un paese ridicolo e che si prende molto sul serio, ostentando un perenne senso di indignazione riservato però esclusivamente alle puttanate. 
Il circolo dei rutti ogni giorno cambia verso, domani toccherà in sorte a un’altra campagna per la quale indignarsi. Ogni giorno però viene fatto un passo in avanti verso la perdita complessiva di senso del dibattito pubblico, persino dello Stato nelle sue varie articolazioni. Un morbo che ha contaminato giornali, partiti, intellettuali (qualsiasi cosa vogliano dire oggi queste parole). Diceva Nietzsche, uno che oggi verrebbe incenerito, non pubblicato, offeso, insultato, descritto come un infame dalle ir-ragioni del comune sentire, che “ho cercato dei grandi uomini e non ho mai trovato altro che le scimmie del loro ideale”. Oggi fatico pure a vedere le scimmie.

La discreta cenciata di Salvini

Salvini ha preso una discreta cenciata oggi con l’ufficializzazione delle candidature alle elezioni regionali. Per settimane, adducendo l’intenzione di voler rafforzare la presenza della Lega nel Mezzogiorno, ha cercato di stoppare Raffaele Fitto in Puglia (indicato da Fratelli d’Italia, confermato) e Stefano Caldoro in Campania (indicato da Forza Italia, confermato). Non c’è riuscito. Come contentino potrà avere un candidato leghista a Reggio Calabria. 


Giorgia Meloni ha tenuto il punto e rischia di vincere in Puglia, dove i sondaggi danno avanti il centrodestra e i partiti che compongono la maggioranza di governo presentano tre candidati distinti. Luca Zaia, naturalmente confermato in Veneto (e chi lo tocca), potrà passeggiare sulle macerie della Lega salviniana.

Siccome la politica italiana e l’opinione pubblica italiana vivono di regolari innamoramenti e altrettanto regolari disaffezioni, specie quando ti chiami Matteo e inizi a esorbitare, direi che Salvini non deve più preoccuparsi solo di se stesso.

Il Pd si chiede se sia il caso o no di difendere il M5s

Le accuse che arrivano dalla Spagna – secondo il quotidiano conservatore Abc l’attuale presidente del Venezuela Nicolás Maduro avrebbe autorizzato nel 2010 l’invio di una valigia contenente 3,5 milioni di euro per finanziare il M5s – non sono un problema soltanto per i grillini, ma anche per gli alleati di governo del Pd, messi davanti a una domanda: difendere o no il M5s? 

Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, intervistato da Radio24, ha detto di non voler commentare “indiscrezioni giornalistiche di cui non abbiamo contezza della veridicità”. 

Potrebbe sembrare un modo per prendere tempo; il problema – per ora solo politico – è però la seconda parte del ragionamento di Delrio: “Cerchiamo di fare insieme il bene di questo Paese. Ogni partito ha le sue dinamiche, i suoi rapporti e le sue relazioni”. Il relativismo politico è sempre una questione pericolosa, perché giustifica le controversie degli alleati in virtù del quieto vivere della coalizione o del governo stesso. 

Come osserva tuttavia il senatore Tommaso Nannicini in un tweet, “abbiamo chiesto chiarezza a Salvini sui rubli di Putin. Vogliamo la stessa chiarezza da Di Maio, Casaleggio & co sui soldi dalla dittatura venezuelana. La democrazia italiana non è in vendita”. “È importante che Casaleggio abbia smentito subito sui finanziamenti venezuelani al suo movimento. Sulle scelte politiche verso il governo venezuelano con M5S abbiamo sempre avuto posizioni diverse. Non è un mistero. Ma non è questo il punto. Oggi davanti alle notizie che giungono dalla Spagna serve fare chiarezza per dissipare ogni ombra circa le accuse su donazioni che  sarebbero state fatte al M5S quando Maduro era ministro degli Esteri”, dice il senatore Alessandro Alfieri, capogruppo del Pd in commissione Esteri del Senato.

La subalternità culturale del Pd al M5s è stata spesso avvertita negli ultimi mesi, c’è persino chi vorrebbe costruire una “casa comune” (citofonare Dario Franceschini) con i grillini o organizzare un’alleanza strutturale permanente contro “le destre”, in nome della quale giustificare qualsiasi accordo territoriale fra Pd e Cinque stelle, dalla Puglia a Torino, pur di non far vincere Salvini e Meloni. Per questo le “dinamiche” e le “relazioni” del M5s non sono un dettaglio e riguardano anche il Pd. 

I fardelli di Appendino

Chiara Appendino ha diversi problemi politici (si fa per dire). Cerca la riconferma, chiede il sostegno al Pd per il secondo mandato, ma pesano i fardelli suoi e degli ex collaboratori, spiegavo in un pezzo di qualche giorno fa, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del suo ex portavoce Luca Pasquaretta.

La notizia di oggi è che l’ex sovrintendente del Teatro Regio William Graziosi è indagato per corruzione e turbativa d’asta. Indagato anche Roberto Guenno, ex candidato del M5s alle comunali, tenore dalla carriera molto rapida (da corista sindacalista a responsabile Innovazione e sviluppo al Teatro Regio).

“Mi assumo io la responsabilità, William Graziosi è la persona giusta”, diceva Appendino nel 2018. 

Ma queste persone giuste sembrano non esserci, come dimostrano fin qui le scelte di Paolo Giordana, ex capo di gabinetto, cacciato per aver fatto togliere la multa a un amico, e Pasquaretta. 

Se a guidare Torino oggi ci fossero il centrodestra o il centrosinistra, il M5s farebbe le barricate.

Lo “spazio morale” di Goffredo Bettini

Lo stato d’emergenza ha causato riflessi pavloviani di massa, ma negli ultimi giorni si sta superando il livello di sopportazione consentita. E siccome, come diceva già un arguto filosofo del linguaggio (Nanni Moretti) le parole sono importanti, è bene prestare attenzione a cosa dicono, teorizzano e scrivono gli ultrà del pensiero neo-populista. 

Su quelli che hanno firmato l’appello del manifesto mi sono già espresso altrove. C’è una sinistra che ha riscoperto l’adagio montanelliano del turarsi il naso. C’è chi invece ha scelto di non turarsi un bel niente e preferisce sottrarsi alle descrizioni macchiettistiche di chi non vince le elezioni e spera di usare lo stato d’eccezione per prolungare la propria sopravvivenza politica. 

Chi parla di “agguati” partecipa proprio alla descrizione macchiettistica di qualsiasi posizione minimamente critica nei confronti dell’esecutivo, delle forze che lo compongono. Sarebbe bello strafottersene, ma non si può, come si capisce leggendo Goffredo Bettini sul Corriere della Sera, uno dei teorici non solo del governo Pd-Cinque stelle ma, già a suo tempo, di un nuovo amalgama, la famosa “casa comune” teorizzata da Dario Franceschini. 

“Non esiste lo spazio morale, oltre che politico, per ordire trame e ribaltare l’esecutivo”, dice oggi Bettini. A parte il fatto che concorrere al cambio di una maggioranza di governo fa parte del gioco democratico e non è una “trama” (e fa pure ridere che lo dica Bettini, principe del realismo romano e romanesco), ma il passaggio inquietante è quello sullo “spazio morale”. Il lessico è sostanza, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo, per dirla in termini wittgensteiniani. Ma non deve stupire: Bettini appartiene a una tradizione politica che circoscriveva (e circoscrive) gli avversari identificandoli in termini di (im)moralità.