C’è una costante in questi sommovimenti regionali del centrosinistra, del Campo Largo o come preferite chiamarlo.
Dalla Toscana alla Puglia, dalla Calabria alla Campania. La segreteria nazionale del Pd, a cominciare da Elly Schlein, ha un potere contrattuale molto ridotto, nonostante le annunciate intenzioni rivoluzionarie post primarie.
In Toscana ha dovuto accettare suo malgrado la ricandidatura del non rottamabile Eugenio Giani.
In Campania deve subire le intenzioni, improntate alla continuità e alla salvaguardia di dieci anni di governo, di Vincenzo De Luca, un tempo cacicco, oggi imprescindibile elemento di unità per favorire la nascita del Campo Largo con la candidatura di Roberto Fico (!); De Luca sarebbe dovuto politicamente sparire, secondo certi teoremi, ma Schlein & dirigenti a lei vicini hanno scoperto che dovranno sorbirsi pure il figlio Piero candidato alla segreteria regionale nonché qualche lista civica deluchiana (che nasce con l’obiettivo di continuare a governare il prossimo consiglio regionale).
Nelle Marche torna Matteo Ricci, dopo un anno di prestito all’Europarlamento senza diritto di riscatto. C’era bisogno di lui perché le alternative, tra gli schleiniani, non esistevano.
In Calabria scende in campo Pasquale Tridico, anche lui europarlamentare in prestito del M5S.
In Puglia il Pd nazionale non può fare niente se non assistere alle scelte di quelli che Mauro Calise chiama micronotabili. Antonio Decaro, altro potenziale europarlamentare in prestito a Bruxelles, si candida solo se non si presentano in Consiglio regionale Michele Emiliano, presidente di Regione uscente, e Nichi Vendola, già presidente della Regione. Un tempo lo avremmo chiamato teatrino.
Schlein ha vinto le primarie nel 2023, ma non ha fatto emergere una classe dirigente sua; la rivoluzione tarda ad arrivare perché in giro per l’Italia governano i soliti.