Le usciate dei Cinque stelle al Pd

A niente sono servite le parole di Beppe Conte, che sul Fatto quotidiano ha intervistato Marco Travaglio per lanciare l’alleanza scolpita a colpi di Sacro Blog fra Pd e Cinque stelle nelle Marche e in Puglia. 

A niente sono serviti gli appelli della segreteria Zingaretti per accordarsi contro “le destre” (sempre plurali, mi raccomando) in regioni in cui Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono altamente competitive. 

A niente è servito il voto su Rousseau con il via libera dei militanti superstiti all’innominabile alleanza (fino a poco più di un anno fa) grillopidì. 

In cinque regioni su sei, M5s e Pd andranno separati. Solo in Liguria sono riusciti ad accordarsi, presentando Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto, come candidato. Giusto il commento su Twitter di Paolo Ermini, già condirettore del Corriere della Sera ed ex direttore del Corriere Fiorentino per 12 anni (seguitelo, è appena arrivato sui social): 

“Niente alleanza Pd-M5S alle regionali, nonostante gli appelli di Conte e di alcuni Dem di primo piano. Torna in mente l’usciata rifilata in streaming dai grillini all’allora leader del Pd Bersani che cercava il loro sostegno per un suo governo. Chi non ha idee cerca alleanze”. 

Le idee in effetti sono poche, basta leggere le interviste e gli interventi dei dirigenti del Pd per accorgersene (con alcune eccezioni naturalmente, mi riferisco al sindaco di Bergamo Giorgio Gori). 

Anche la posizione sul referendum è discutibile, come ho già avuto modo di spiegare, e mi pare che abbia ragione Matteo Orfini nell’intervista che gli ho fatto qualche giorno fa: 

“L’argomento per cui per non lasciare in mano il referendum ai populisti dobbiamo votare Sì è poco comprensibile logicamente oltre che politicamente: per non lasciare una riforma populista in mano ai populisti dobbiamo diventare anche noi populisti invece che contrastare il populismo. Mi pare un mix di subalternità e mancanza di coraggio, che è esattamente la ragione della forza dei populisti nel nostro paese”. 

Non che il Pd, poi, tragga molto da questa subalternità. Pur di vincere nelle regioni che governa – e che rischia di perdere – è disposto a tutto. Anche ad allearsi con chi per anni ha sputato sulla democrazia rappresentativa e poi, corteggiato e ben ricompensato, si concede il lusso dell’usciata.