Beppe Conte, il pater familias

Per settimane, anzi, mesi, il presidente del Consiglio – espressione di un partito che è arrivato al potere sostenendo che più della conoscenza e dell’esperienza conta l’onestà, eia eia alalà – ha fatto riferimento, per giustificare le sue scelte compiute durante l’emergenza sanitaria, ai tecnici e alla commissione scientifica: “Preso atto che…”, “tenuto conto di quanto detto da…”, “ascoltato il parere di…”. 

Foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica.

Nelle dichiarazioni pubbliche di Beppe Conte c’è sempre stato lo scudo del comitato tecnico scientifico e di tutto l’ordine sacerdotale. L’aspetto pittoresco, naturalmente, è che l’appello non al popolo ma agli scienziati lo abbia fatto l’esponente di un movimento che ha dissacrato, massacrato, irriso, sputtanato qualsiasi competenza scientifica a vantaggio della sontuosa (oltre il 32 per cento 2018, anche se sembra passato un secolo) crescita politica del M5s, ma possiamo per ora limitarci a una sonora risata. 

Con la pubblicazione dei verbali del comitato tecnico scientifico però si capisce bene che, ogni volta che Conte ha parlato citando comitati ed esperti, si stava facendo scudo di quei comitati, quegli esperti che fino a ieri erano stati trattati come una banda di truffatori del popolo dal partito che lo ha portato a Palazzo Chigi. Quei tecnici sono stati ostentati dal governo di fronte all’opinione pubblica, salvo poi non essere ascoltati in alcuni frangenti topici. 

Secondo i verbali del comitato, i tecnici proposero una “zona rossa” per Nembro e Alzano Lombardo: “Il comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”. Come ormai noto, il governo decise di non dare seguito alle raccomandazioni del comitato e in Val Seriana non ci fu alcuna “zona rossa”. L’esibizione degli esperti è dunque servita a giustificare decisioni importanti, come la chiusura di tutto il paese, mentre gli esperti dicevano di differenziare il territorio a seconda della diffusione dell’epidemia. 

Luciano Pellicani spiegò una volta a Marco Valerio Lo Prete che “il politico deve rispondere con i fatti alle sollecitazioni degli intellettuali, invece questi ultimi vorrebbero che stesse sempre lì ad ascoltarli. Il primato della politica vuol dire ‘decisione sovrana’. Poi i tecnici restano indispensabili per non perdere il contatto con ciò che oggi fa muovere il mondo, la triade mercato-scienza-tecnologia”.

Si dirà che Conte ha appunto ribadito il primato della politica assumendosi un rischio. Ha fatto bene? Ha fatto male? Non ho prove per dirlo. So solo che economie meno floride di quella lombarda sono state pesantemente colpite dagli effetti del lockdown totale, ma ci sarà modo di tornarci sopra. 

Per ora mi limito a sottolineare che le decisioni politiche comportano anche l’assunzione di responsabilità di fronte all’opinione pubblica, che ha il diritto di essere informata. Conte e i suoi invece hanno sempre preferito l’atteggiamento paternalista: i cittadini non sono persone che meritano di conoscere come il governo compia le sue scelte, ma i figli emotivi di una nazione al cui vertice c’è un pater familias che si prende la briga di rassicurare i pargoli.