Caro Paolo, grazie

Paolo Ermini non sarà più direttore del Corriere Fiorentino. 

Penso che il Corriere della Sera abbia compiuto una scelta profondamente infelice, poi avrò modo di spiegare perché. 

Qui però voglio anzitutto ringraziare Paolo, per il quale ho iniziato a scrivere nel 2008, quando aprì il Corriere a Firenze, e che per me resta più di un direttore.

Chi mi conosce sa l’affetto che mi lega a lui, cui ho dedicato un libro su una città di cui siamo entrambi profondamente innamorati. 

Chi non mi conosce deve solo sapere che se per caso ha letto qualcosa di mio è perché Paolo è stato il direttore che mi ha dato un praticantato e mi ha permesso di diventare giornalista professionista. 

Avevo ventitré anni quando ho iniziato a lavorare con lui; mi sentivo, come oggi, in ritardo di un quarto d’ora sulla storia, una sensazione di cui probabilmente non mi libererò mai. Al primo colloquio gli sembrai un tipo bizzarro, quantomeno. Però mi dette fiducia.

Fiducia è una bellissima parola che mi spaventa, perché per natura sono diffidente. Deriva dal verbo fidĕre «fidare, confidare». Ecco, in questo mestiere senza più maestri, senza pazienza, Paolo mi ha concesso la sua fiducia. Si è fidato di me. Ha investito il suo tempo e le sue energie per migliorare il mio lavoro. 

Posso solo ringraziarlo. Anche per avermi permesso di andarmene e prendere altre strade, senza mai farmi mancare il suo sostegno.

Se il Corriere Fiorentino in questi anni ha saputo raccontare la politica in un certo modo, è grazie alle sue intuizioni. 

Se avete letto in questi anni le cronache del Corriere Fiorentino e vi siete divertiti, è merito di Paolo Ermini e della sua squadra di giornalisti che hanno creduto nel giornale per dodici anni.

Firenze è una città che sa essere terribile, dimentica tutto, i suoi figli e chi le vuole bene. Sa non essere generosa. 

Un’epoca si chiude e io sono molto triste.