Fontana e lo stato libero di Bahama

Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha qualche problema con il concetto di trasparenza. 

Ricapitoliamo.

In un’intervista a Repubblica, ieri, ha confermato che i suoi genitori hanno portato fuori dall’Italia i loro risparmi, 5 milioni e trecentomila euro, ma non sa perché: era “una cosa purtroppo di moda a quei tempi”. 

Erano gli anni Ottanta e, si sa, tutti facevano roba strana; la gente cucinava il risotto con le fragole, qualcun altro metteva la vodka nelle pennette con il salmone. 

Risultato: i fondi della famiglia Fontana – che oggi sono in Svizzera – sono stati gestiti fino al 2015 da due trust alle Bahamas e poi sono stati “scudati” grazie alla voluntary disclosure, uno strumento che consente ai contribuenti che “detengono illecitamente patrimoni all’estero di regolarizzare la propria posizione denunciando spontaneamente all’amministrazione finanziaria” la violazione degli obblighi di monitoraggio. 

“Quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente; è riportato nella mia dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”, si è difeso il presidente lombardo nell’intervista a Rep

Ma non è vero, come racconta Luigi Ferrarella in un dettagliato articolo sul Corriere della Sera, uscito sempre ieri, nel quale si spiega peraltro che i due trust alle Bahamas sono stati creati nel 1997, quando dal risotto alle fragole si era già passati ai gelati al gusto Puffo: “Sullo scudo fiscale Attilio Fontana, come ieri in Regione, ha sempre taciuto: tanto da essere sanzionato nel 2017 dall’Anac”, con mille euro di multa, “per aver omesso nel 2016, da ex sindaco di Varese, l’obbligatorio stato patrimoniale nel quale sarebbero comparsi i 5 milioni di scudo fiscale in Svizzera nel 2015”. 

La voluntary disclosure non è ovviamente illegale e dire fregnacce al popolo non è fortunatamente sanzionabile pecuniariamente o con le manette, altrimenti avremmo intere schiere di politici multati o imprigionati per le balle che sparano. 

L’accusa di frode per la storia dei camici dell’azienda del cognato, certo, è in piedi e vedremo come andrà a finire. 

Non è necessario tuttavia violare qualche legge per essere politicamente discutibili. Il problema è che questa distinzione si è persa, come se fosse meglio affidare alla magistratura anche un giudizio politico. Come se si dovesse attendere la magistratura per individuare le balle di un presidente di regione.