Zone rosse che non lo sono (più)

Esistono ancora le “zone rosse”? L’Istituto Cattaneo, specializzato in analisi elettorali, dice di no. E non da ora, peraltro. Lo ha certificato il voto di marzo, scrive in un suo recente rapporto. “Il Pd perde il primato nel controllo dei consensi della ‘zona rossa’ e la coalizione di centro-sinistra nel suo insieme subisce il sorpasso del centro-destra. L’unica regione dove la tendenza è meno marcata rispetto a quella appena delineata è la Toscana, dove il Pd continua ad essere il partito più votato, nonostante una perdita di consensi di oltre 200 mila voti (rispetto al 2013)”. 
La Toscana è insomma diventata la riserva indiana del centrosinistra. Viene da chiedersi ancora per quanto. “Con il voto del 2018 – scrive ancora l’Istituto Cattaneo – viene definitivamente meno la caratterizzazione monocromatica delle ‘regioni rosse’ e si delinea uno scenario ‘multi-colore’ dove prevale la contendibilità del voto e l’imprevedibilità degli esiti elettorali. In netta controtendenza rispetto al passato, le ‘regioni rosse’ sono diventate oggi l’area geo-politica caratterizzata da maggiore competizione e dove il mercato elettorale è più incerto, mentre al centro-nord e al centro-sud risultano prevalenti rispettivamente la coalizione di centro-destra e il Movimento 5 stelle”. 
Naturalmente un conto sono le elezioni politiche un altro conto sono le amministrative, ma oggi si vota in tre città importanti della Toscana (Siena, Pisa e Massa) e le prime due hanno una valenza politica incontrovertibile. Siena è la città che brucia. Ha bruciato capitali bancari e dilapidato un patrimonio sociale enorme: squadre di basket, di calcio, associazioni culturali. Ha avuto ai vertici delle sue istituzioni – politiche e bancarie – gruppi dirigenti arroganti che pensavano di poter vivere e far vivere i senesi al di sopra dei propri mezzi. Il Pd si presenta alla sfida versione Tafazzi: ha un sindaco al primo mandato, Bruno Valentini, e ha tentato in ogni modo di ostacolarlo. Per mesi non sono mancati attacchi dentro il Pd, soprattutto da parte dei renziani, come a dimostrare la peculiarità di una città in cui l’unica opposizione possibile è quella di chi governa, che recita due parti in commedia: il potere e il contro-potere. L’assenza dalla competizione elettorale del M5s, “squalificato” dai suoi stessi vertici con l’incomprensibile mancata certificazione delle sue liste, ha dato più possibilità agli oppositori interni: a qualcuno, d’altronde, dovranno pur andare quei 6 mila voti che il M5s ha a Siena. A Pisa le divisioni del centrosinistra, unite a problemi di sicurezza, potrebbero regalare la città al centrodestra. Anche lì il Pd le ha provate di tutte per riuscire a farsi male: il partito ha lanciato le primarie per tentare di bloccare la candidatura dell’ex assessore Andrea Serfogli, ma nessuno si è presentato e Serfogli è stato candidato. A Pisa il M5s è tagliato fuori dalla corsa anche se, a differenza di Siena, si presenta alle elezioni. 
“In Toscana vediamo arrivare adesso quello che altrove c’è stato due anni fa”, dice Lorenzo Guerini. È insomma arrivato il momento del centrodestra anche in Toscana. Per anni l’opposizione di Forza Italia è stata sterilizzata. Qui Berlusconi non ha mai potuto incidere nelle campagne elettorali perché la sua presenza ricompattava gli antiberlusconiani. Ora però il Cav. è debole, ha perso le elezioni politiche, doveva essere l’argine al populismo e s’è fatto fregare da Matteo Salvini. Il centrodestra a guida “sovranista” (Lega e Fratelli d’Italia) ha davanti a sé una prateria, anche in Toscana. Il Pd invece non si capisce che cosa abbia davanti a sé. Nelle ultime settimane c’è stato un ulteriore ripiegamento del “Giglio magico”, che dopo la sconfitta del 4 marzo s’è rifugiato nella ridotta fiorentina. Persino l’armonia interna ai renziani s’è rotta. Il sindaco Dario Nardella viene visto come troppo autonomo e la tentazione di “commissariarlo” in vista delle amministrative del prossimo anno circola negli ambienti parlamentari. Dopo la divisione in renziani e antirenziani, insomma, il Pd è definitivamente arrivato a quella in renzianissimi e diversamente renziani. Quanto tutto questo serva a riconquistare il governo e/o a non perdere il poco che resta (come la Regione fra un paio d’anni) è tutto ancora da capire.