Ci vediamo a Sorrento

Perdonerete la commozione: mi è stato assegnato il premio Biagio Agnes 2020, categoria under 40.
Sono tantissime le persone che devo ringraziare e non so nemmeno da che parte cominciare; devo a ognuna di loro un pezzetto della strada che ho fatto fin qui e so che niente potrà ripagarle di quello che hanno fatto per me da quando ho iniziato a scrivere.
Intanto desidero ringraziare la fondazione e la giuria per l’onore che mi hanno concesso. Ringrazio il Foglio e il Corriere Fiorentino, le due famiglie nelle quali sono cresciuto. Al Foglio, dove oggi lavoro, ho fatto il mio primo stage a 20 anni, e al Corriere Fiorentino sono diventato giornalista professionista.
In mezzo a queste due annotazioni biografiche c’è tutta una vita che vi risparmio.
Una cosa però vorrei dirla e riguarda questo mestiere. Credo fermamente in una certa idea di scrittura e di giornalismo. E per me il giornalismo è andare in giro. Ho sempre cercato di farlo. Tanto più oggi che, per merito di infiniti strumenti di “contrazione del globo”, tutto è a portata di mano. C’è e ci sarà sempre più bisogno di un giornalismo che accompagni “sul posto” il lettore, che è giustamente preso dalla sua vita.

Grazie a chi mi ha letto in questi anni, c’è ancora un sacco di roba da raccontare.

Il discorso pubblico delle Sardine

Basta una foto con Luciano Benetton e Oliviero Toscani a mandare in tilt le Sardine, il movimento anti-Salvini nato in Emilia-Romagna. “La malafede sta in chi guarda quell’immagine e la strumentalizza. I ragazzi avranno peccato di leggerezza ma nessuno può pensare che le Sardine stiano con i poteri forti”, dice Lorenzo Donnoli, uno dei volti del sardinismo, novello assiduo frequentatore delle trasmissioni tv.

“Poteri forti”, come noto, è l’espressione lasciapassare usata da anni nel giro dei fessi; laddove si conferma che le Sardine assomigliano a una brutta versione dei Cinque stelle, ma con una differenza importante, si fa per dire: siccome dicono che Salvini è brutto e cattivo allora devono necessariamente suscitare simpatia.

A me di tutto il loro discorso pubblico, anche qui si fa per dire, colpisce l’eccesso di attenzione a quello che accade su Internet, come se tutta la nostra vita fosse concentrata lì: “Pretendiamo che chiunque ricopre la carica di ministro comunichi solamente sui canali istituzionali”, hanno detto in una manifestazione a Bologna. Ma perché? Solo perché Salvini usa i social network anche in modo discutibile? E io, lo dico a beneficio dei frequentatori di questo canale Telegram, sono stato pure attaccato dal segretario della Lega in un post su Facebook dopo un articolo sgradito uscito su Vanity Fair.

Orbene, quali sono dunque i canali istituzionali? I giornali, le radio e le tv non vanno bene, evidentemente (a meno che non siano giornali, radio e tv istituzionali, quindi di stato). Che facciamo, aspettiamo i comunicati stampa dal Viminale o da Palazzo Chigi per mandarli in onda durante il cinegiornale?

Fino a che punto, ora, il Pd si grillizzerà?

C’è una sproporzione enorme fra il M5s in parlamento, dove è la prima forza, e il resto del paese, come dimostra il voto in Emilia-Romagna e in Calabria, due regioni che per storia e motivi diversi erano state molto generose con i grillini. Il Pd si trova come alleato un partito spezzato e senza leadership (e tante altre cose che analizzeremo altrove). I voti dei Cinque stelle sono in libera uscita, la destinazione è ancora incerta. Ora resta da capire fino a che punto il Pd, che ha già piegato la propria agenda pubblica su tematiche care al M5s, è disponibile a spingersi e a grillizzarsi pur di prendere stabilmente quei voti.

Gli “stati nervosi”

Poi ci torno più avanti, ma vorrei dire intanto due cose sul voto emiliano-romagnolo. Non so come andrà a finire e non mi lancio in previsioni perché non faccio il futurologo. Mi limito velocemente a un paio di questioni. La Regione è contendibile come mai prima d’ora, inevitabilmente un modello è finito (vale per l’Emilia-Romagna ma anche per la Toscana, la domanda è se il centrosinistra sia in grado di trovarne un altro e se quello che propone la Lega sia sufficientemente forte da instaurare eventualmente una nuova sub-cultura come lo è stato per quella rossa; ma potrebbe anche non essere un obiettivo della Lega, che semplicemente non ci pensa). Stefano Bonaccini ha fatto una campagna elettorale da “sindaco della Regione”, cercando di dimostrare perché quando si va a votare bisogna tenere conto degli indicatori economici. Mi ricorda una cosa che mi disse l’ex sindaco di Pisa Sergio Cortopassi per il mio libro: “A certe fasce popolari, se il pil aumenta dell’1,5 per cento non gliene frega niente perché non sentono niente. Al Cep ci sono pensionati minimi, qualcuno non ha neanche la pensione”. L’ottimismo razionale del centrosinistra è senz’altro una cosa che non ha funzionato in certe zone, come dimostra il caso di studio di Pisa. Matteo Salvini invece ha sostituito la sua candidata Lucia Borgonzoni, ripetendo un’operazione già compiuta in passato nelle cosiddette (ex) regioni rosse; è andato in giro a far comizi, drammatizzando lo scontro e portandolo fuori dall’Emilia-Romagna, o meglio: portando lo scontro e la politica nazionale dentro l’Emilia-Romagna. Non so cosa prevarrà alla fine, tenuto conto degli “stati nervosi” (titolo di un recente libro di William Davies) con cui l’elettorato si approccia al voto, ma penso che non si possa prescindere da questi elementi per capire che un’epoca e pure un’epica sono finite. Ah, sarà interessante vedere cosa faranno gli elettori del M5s: valgono 290 mila voti, dati Europee 2019, e fin qui i grillini nelle regioni (ex) regioni rosse, come mi ha fatto notare una volta Marco Valbruzzi in un reportage, hanno votato contro il sistema. Quindi a destra. Poi ci torno, promesso.

Nogarin, Nogarin, viva Nogarin

Oggi sul Tirreno l’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin – già candidato all’Europarlamento, già aspirante sottosegretario del governo giallorosé – parla del suo nuovo incarico come consigliere politico del ministro per i Rapporti con il parlamento Federico D’Inca, notizia anticipata sul Foglio sabato scorso. Durante la conversazione, Nogarin fa un evidente riferimento ai contenuti del mio articolo e dice:

“Quelli che mi odiano dicono che sono stato trombato. Ricordo che ho preso qualcosa come 33.000 preferenze per Bruxelles senza aver fatto un briciolo di campagna elettorale. La chiama bocciatura? Chi dice che sono stato trombato lo fa in modo speculativo”.

Un paio di considerazioni: 1) L’odio è troppo faticoso (specie per riservarlo all’ex sindaco Nogarin) e tendenzialmente preferisco l’ironia; 2) Nogarin cita le 33 mila preferenze, che sono in tutta la circoscrizione (e comunque non sono state sufficienti a essere eletto), ma nella sola Livorno, di cui ha fatto il sindaco per cinque anni, ha preso appena 1.936 preferenze. Matteo Salvini, per dire, ne ha prese 3.009.

Cordialità.

Molto stupore per nulla (i grillini fanno i grillini)

Leggo accenni di stupore per le sortite quotidiane del governo giallo-rosé (Cinque stelle, Pd, Italia Viva) nonché una certa apprensione per i consensi stabili della Lega. Eppure i rischi erano chiari fin dall’inizio. Il tentativo di romanizzazione dei barbari – una discutibile pratica ortopedico-pedagogica – si trasforma nel suo opposto: sono i Cinque stelle a barbarizzare chi voleva costituzionalizzarli. Prendiamo il taglio del numero dei parlamentari oppure il caso clamoroso dell’Ilva. Oppure l’idea talebana di giustizia espressa dal ministro Bonafede e dal raffinato giro di magistrati non del tutto in buona fede che ci spiegano perché rivedere l’ergastolo ostativo apre le porte ai mafiosi (è falso!). 

Il centrosinistra in crisi di identità da mesi cerca scorciatoie intravedendo nel rapporto con i Cinque stelle un futuro duraturo, si parla non a caso di una “casa comune” da costruire insieme. Al governo nazionale, nelle regioni. La politica è senz’altro l’arte del compromesso nonché dell’impiego di risorse finite per realizzare progetti in condizioni non ottimali. Il dialogo però non sostituisce la capacità di costruire consenso a partire dalle proprie identità. Ma se non hai idee non puoi avere identità. Questo vale anche per quel centrodestra oggi egemonizzato da Salvini e dal salvinismo. 

Allearsi con il populismo grillino, al netto della presunta buona educazione che avrebbero appreso i Cinque stelle grazie al processo di romanizzazione (qualcuno forse ha smesso di ruttare in pubblico, bel colpo!), è diventata un’occasione per accontentarsi di non convincere le persone. La politica sarà pure arte del compromesso ma non può sostituire la costruzione del consenso, a partire da un banale dato: i voti degli avversari si conquistano, non si prendono in comodato d’uso. Qui invece pare che conquistare i voti altrui sia diventato molto faticoso. E in effetti lo è. Uno si deve muovere, andare in giro, prendersi i fischi, persino qualche vaffanculo. 

Salvini è stato abile nello sfruttare le debolezze del grillismo, perché è spregiudicato e ha stressato il dibattito pubblico. Risultato: i Cinque stelle hanno dimezzato i voti, Salvini li ha raddoppiati. Il centrosinistra non pare avere questa inclinazione, ma ha sperato nello stesso esito: usare i Cinque stelle come un taxi. Forse non hanno messo in conto però che alla guida c’è il Robert De Niro di Taxi Driver.

Renzi e il disvelamento

Nonostante il senatore di Scandicci sia noto al grande pubblico da almeno dieci anni, continuo a leggere dichiarazioni, commenti e analisi stupite per il suo modus operandi. Eppure, Matteo Renzi usa lo stesso metodo; oggi ha il 5 per cento ma si muove come se avesse il 30. Una tecnica sperimentata già quando era giovanissimo segretario del Ppi e della Margherita a Firenze nei confronti dei Ds, quando i rapporti di forza erano nettamente sbilanciati a favore dei secondi. Renzi ha sempre usato una posizione di minoranza come grimaldello per passare alla fase successiva, finché a un certo punto è diventato maggioranza. Quantomeno nel Pd, di cui è stato segretario due volte (e grazie al quale è diventato presidente del Consiglio; per questo la retorica dell’ospite scomodo non torna molto per uno che ha conquistato tutto quello che c’era da conquistare). 

Ora le cose sono cambiate, Renzi ha fondato un nuovo partito e deve ripartire daccapo. Da leader sconfitto, peraltro, non esattamente un dettaglio. Ha dunque bisogno, più di altri, di stare costantemente dentro il dibattito pubblico, sui giornali, in tv. È in piena fase di marketing politico. Deve fare raccolta dati su Internet (da qui le petizioni, i sondaggi sul simbolo; tutta roba che serve solo a raccogliere informazioni sull’elettorato, soprattutto quello potenziale), critica il governo di cui fa parte come se non fosse della maggioranza (citofonare Ilva), con la classica intervista o dichiarazione del giorno dopo (era un maestro, ai tempi del “vicedisastro”), lancia o fa lanciare proposte discutibili di cui poi, appunto, si discute (la carta d’identità per iscriversi ai social). L’importante è la quantità, come dimostra l’ossessione per i numeri (“50 parlamentari e cento sindaci entro la fine dell’anno”) e quell’attenzione a centellinare le adesioni in pubblico sui giornali, dando l’idea di una specie di fiume carsico che scava nel centrosinistra. 

In realtà, chi non è uscito subito dopo la scissione ma ha atteso aveva già deciso di farlo. Uscire un po’ alla volta fa parte del marketing politico di cui sopra: si dà l’idea che il nuovo progetto sia così convincente da attirare ogni settimana persone nuove. La politica – tutta la politica – si fonda sull’apparenza, è una regola del gioco. Ma c’è anche un’altra regola: arriva sempre il momento del disvelamento.

Le Cronache di Narni

Negli ultimi anni ho scritto diversi articoli e reportage sulla mutazione politica delle cosiddette (ex) regioni rosse. Toscana, Emilia Romagna, Marche, Umbria. 

Uno di quei reportage è diventato un libro, “Come si diventa leghisti” (su Amazon, l’ebook è in offerta). Lì cercavo di spiegare, a partire da un caso specifico (la vittoria della Lega a Pisa, che nel 2013 non esisteva e prendeva 125 voti, lo 0,35 per cento, e che nel 2018 ha preso il 25 per cento e quasi diecimila voti, conquistando la città) l’affermarsi del leghismo. 

L’idea era ragionare non attorno alla leadership di Matteo Salvini, che pure conta, ma alle ragioni politiche, prepolitiche e antropologiche di una simile torsione, stratificata nel tempo, di cui adesso si vedono gli effetti elettorali. 

C’è una storia che vale la pena esplorare e studiare, giornalisticamente e scientificamente. La faccio breve: in queste regioni è finito un modello – e non da adesso – declinato in vario modo a seconda del contesto. In un reportage del 9 maggio 2019 l’ho chiamato “socialismo umbro” (trovate il link sotto), ma altrove può essere definito “Toscana felix”. Il centrosinistra ha una responsabilità storica: non aver saputo trovare un adeguato sostituto di quel modello. In Umbria ha cercato una scorciatoia, alleandosi con i Cinque stelle, dando agibilità politica a un movimento in affanno nelle (ex) regioni rosse. Potrebbe ripetere “l’esperimento” altrove, in Emilia Romagna.

Nell’ultimo anno ho dedicato diversi articoli all’Umbria, prima che diventasse mainstream scriverne, e ricordo bene qualche ironia su certe mie fissazioni (felice di averle, queste fissazioni; penso siano ciò che mi permette di scrivere). 

La vittoria della Lega in Umbria non arriva per caso. Pensate al caso Terni (29 per cento alle ultime amministrative).

Scrivevo il 18 aprile 2019 (anche questo lo trovate sotto):

“I leghisti forse non avevano neanche bisogno delle dimissioni di Catiuscia Marini da governatrice dell’Umbria per provare a vincere in una ex regione rossa in cui sono passati dai tremila voti delle elezioni Politiche del 2013 ai 102 mila del 2018. L’aumento esponenziale era già iniziato alle regionali del 2015, quando di voti ne presero circa 50 mila. Insomma, la storia è lunga e gli umbri non diventeranno improvvisamente leghisti alla prossima tornata elettorale, che si potrebbe tenere dopo l’estate, ma già lo sono da tempo”. 

Qui sotto alcuni articoli scritti negli ultimi mesi. 

17 Aprile 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/04/17/news/l-umbria-ha-un-problema-di-classe-dirigente-ci-dice-verini-250306/

18 Aprile 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/04/18/news/come-si-diventa-leghisti-anche-in-umbria-ecco-le-scelte-di-salvini-250319/

9 Maggio 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/05/09/news/socialismo-umbro-253655/

21 Maggio 2019 

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/05/21/news/il-caos-del-centrosinistra-umbro-e-un-caso-psico-politico-la-lega-ringrazia-256174/

23 Maggio 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/05/23/news/il-terni-al-lotto-del-26-maggio-256451/

13 Settembre 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/13/news/walter-verini-ci-spiega-perche-in-umbria-serve-laccordo-con-i-5-stelle-273929/

20 Settembre 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/20/news/rousseau-da-un-tocco-nazionale-al-patto-civico-in-umbria-pd-m5s-275532/

27 Settembre 2019 

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/27/news/salvini-cerca-la-redenzione-in-umbria-dopo-i-colpi-di-sole-del-papeete-276713/

Sennò vince Salvini

“Pd e M5S sono oltre il 40 per cento assieme. Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico di sì, sennò torna Salvini”, ha detto venerdì il segretario del Pd Nicola Zingaretti a Otto e mezzo. “Sennò torna Salvini” è già diventata la scusa con cui giustificare qualsiasi decisione politica, anche la più sgangherata. L’alleanza Pd-Cinque stelle in Umbria? Fondamentale, sennò vince Salvini. Quella in Calabria? Preziosa, sennò vince Salvini. Il taglio del numero dei parlamentari, peraltro votato anche dalla Lega? Mirabolante, sennò vince Salvini. Il formaggio sugli spaghetti con le vongole? Una delizia, sennò vince Salvini. Ma che identità può avere un partito pronto a farsi scudo con l’antisalvinismo e a omologarsi ai Cinque stelle?

“Gli interessi in comune”, undici anni dopo

Giovedì 3 ottobre torna in libreria, ma con un editore diverso, “Gli interessi in comune”, il mitologico romanzo di Vanni Santoni (Sarmi Zegetusa), uscito per la prima volta nel 2008. Sono molto legato a questo libro, per diverse ragioni. La prima è che parla della provincia, e io vengo da lì. La seconda è che undici anni fa ce ne andammo in giro per la Toscana, con Vanni, a presentarlo.

Se non lo avete mai letto, o anche se l’avete già compulsato e custodite gelosamente una copia dell’edizione Feltrinelli, da giovedì Iacopo, il Mella, il Paride e tutti gli altri vi aspettano in libreria.