Nogarin, Nogarin, viva Nogarin

Oggi sul Tirreno l’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin – già candidato all’Europarlamento, già aspirante sottosegretario del governo giallorosé – parla del suo nuovo incarico come consigliere politico del ministro per i Rapporti con il parlamento Federico D’Inca, notizia anticipata sul Foglio sabato scorso. Durante la conversazione, Nogarin fa un evidente riferimento ai contenuti del mio articolo e dice:

“Quelli che mi odiano dicono che sono stato trombato. Ricordo che ho preso qualcosa come 33.000 preferenze per Bruxelles senza aver fatto un briciolo di campagna elettorale. La chiama bocciatura? Chi dice che sono stato trombato lo fa in modo speculativo”.

Un paio di considerazioni: 1) L’odio è troppo faticoso (specie per riservarlo all’ex sindaco Nogarin) e tendenzialmente preferisco l’ironia; 2) Nogarin cita le 33 mila preferenze, che sono in tutta la circoscrizione (e comunque non sono state sufficienti a essere eletto), ma nella sola Livorno, di cui ha fatto il sindaco per cinque anni, ha preso appena 1.936 preferenze. Matteo Salvini, per dire, ne ha prese 3.009.

Cordialità.

Molto stupore per nulla (i grillini fanno i grillini)

Leggo accenni di stupore per le sortite quotidiane del governo giallo-rosé (Cinque stelle, Pd, Italia Viva) nonché una certa apprensione per i consensi stabili della Lega. Eppure i rischi erano chiari fin dall’inizio. Il tentativo di romanizzazione dei barbari – una discutibile pratica ortopedico-pedagogica – si trasforma nel suo opposto: sono i Cinque stelle a barbarizzare chi voleva costituzionalizzarli. Prendiamo il taglio del numero dei parlamentari oppure il caso clamoroso dell’Ilva. Oppure l’idea talebana di giustizia espressa dal ministro Bonafede e dal raffinato giro di magistrati non del tutto in buona fede che ci spiegano perché rivedere l’ergastolo ostativo apre le porte ai mafiosi (è falso!). 

Il centrosinistra in crisi di identità da mesi cerca scorciatoie intravedendo nel rapporto con i Cinque stelle un futuro duraturo, si parla non a caso di una “casa comune” da costruire insieme. Al governo nazionale, nelle regioni. La politica è senz’altro l’arte del compromesso nonché dell’impiego di risorse finite per realizzare progetti in condizioni non ottimali. Il dialogo però non sostituisce la capacità di costruire consenso a partire dalle proprie identità. Ma se non hai idee non puoi avere identità. Questo vale anche per quel centrodestra oggi egemonizzato da Salvini e dal salvinismo. 

Allearsi con il populismo grillino, al netto della presunta buona educazione che avrebbero appreso i Cinque stelle grazie al processo di romanizzazione (qualcuno forse ha smesso di ruttare in pubblico, bel colpo!), è diventata un’occasione per accontentarsi di non convincere le persone. La politica sarà pure arte del compromesso ma non può sostituire la costruzione del consenso, a partire da un banale dato: i voti degli avversari si conquistano, non si prendono in comodato d’uso. Qui invece pare che conquistare i voti altrui sia diventato molto faticoso. E in effetti lo è. Uno si deve muovere, andare in giro, prendersi i fischi, persino qualche vaffanculo. 

Salvini è stato abile nello sfruttare le debolezze del grillismo, perché è spregiudicato e ha stressato il dibattito pubblico. Risultato: i Cinque stelle hanno dimezzato i voti, Salvini li ha raddoppiati. Il centrosinistra non pare avere questa inclinazione, ma ha sperato nello stesso esito: usare i Cinque stelle come un taxi. Forse non hanno messo in conto però che alla guida c’è il Robert De Niro di Taxi Driver.

Renzi e il disvelamento

Nonostante il senatore di Scandicci sia noto al grande pubblico da almeno dieci anni, continuo a leggere dichiarazioni, commenti e analisi stupite per il suo modus operandi. Eppure, Matteo Renzi usa lo stesso metodo; oggi ha il 5 per cento ma si muove come se avesse il 30. Una tecnica sperimentata già quando era giovanissimo segretario del Ppi e della Margherita a Firenze nei confronti dei Ds, quando i rapporti di forza erano nettamente sbilanciati a favore dei secondi. Renzi ha sempre usato una posizione di minoranza come grimaldello per passare alla fase successiva, finché a un certo punto è diventato maggioranza. Quantomeno nel Pd, di cui è stato segretario due volte (e grazie al quale è diventato presidente del Consiglio; per questo la retorica dell’ospite scomodo non torna molto per uno che ha conquistato tutto quello che c’era da conquistare). 

Ora le cose sono cambiate, Renzi ha fondato un nuovo partito e deve ripartire daccapo. Da leader sconfitto, peraltro, non esattamente un dettaglio. Ha dunque bisogno, più di altri, di stare costantemente dentro il dibattito pubblico, sui giornali, in tv. È in piena fase di marketing politico. Deve fare raccolta dati su Internet (da qui le petizioni, i sondaggi sul simbolo; tutta roba che serve solo a raccogliere informazioni sull’elettorato, soprattutto quello potenziale), critica il governo di cui fa parte come se non fosse della maggioranza (citofonare Ilva), con la classica intervista o dichiarazione del giorno dopo (era un maestro, ai tempi del “vicedisastro”), lancia o fa lanciare proposte discutibili di cui poi, appunto, si discute (la carta d’identità per iscriversi ai social). L’importante è la quantità, come dimostra l’ossessione per i numeri (“50 parlamentari e cento sindaci entro la fine dell’anno”) e quell’attenzione a centellinare le adesioni in pubblico sui giornali, dando l’idea di una specie di fiume carsico che scava nel centrosinistra. 

In realtà, chi non è uscito subito dopo la scissione ma ha atteso aveva già deciso di farlo. Uscire un po’ alla volta fa parte del marketing politico di cui sopra: si dà l’idea che il nuovo progetto sia così convincente da attirare ogni settimana persone nuove. La politica – tutta la politica – si fonda sull’apparenza, è una regola del gioco. Ma c’è anche un’altra regola: arriva sempre il momento del disvelamento.

Le Cronache di Narni

Negli ultimi anni ho scritto diversi articoli e reportage sulla mutazione politica delle cosiddette (ex) regioni rosse. Toscana, Emilia Romagna, Marche, Umbria. 

Uno di quei reportage è diventato un libro, “Come si diventa leghisti” (su Amazon, l’ebook è in offerta). Lì cercavo di spiegare, a partire da un caso specifico (la vittoria della Lega a Pisa, che nel 2013 non esisteva e prendeva 125 voti, lo 0,35 per cento, e che nel 2018 ha preso il 25 per cento e quasi diecimila voti, conquistando la città) l’affermarsi del leghismo. 

L’idea era ragionare non attorno alla leadership di Matteo Salvini, che pure conta, ma alle ragioni politiche, prepolitiche e antropologiche di una simile torsione, stratificata nel tempo, di cui adesso si vedono gli effetti elettorali. 

C’è una storia che vale la pena esplorare e studiare, giornalisticamente e scientificamente. La faccio breve: in queste regioni è finito un modello – e non da adesso – declinato in vario modo a seconda del contesto. In un reportage del 9 maggio 2019 l’ho chiamato “socialismo umbro” (trovate il link sotto), ma altrove può essere definito “Toscana felix”. Il centrosinistra ha una responsabilità storica: non aver saputo trovare un adeguato sostituto di quel modello. In Umbria ha cercato una scorciatoia, alleandosi con i Cinque stelle, dando agibilità politica a un movimento in affanno nelle (ex) regioni rosse. Potrebbe ripetere “l’esperimento” altrove, in Emilia Romagna.

Nell’ultimo anno ho dedicato diversi articoli all’Umbria, prima che diventasse mainstream scriverne, e ricordo bene qualche ironia su certe mie fissazioni (felice di averle, queste fissazioni; penso siano ciò che mi permette di scrivere). 

La vittoria della Lega in Umbria non arriva per caso. Pensate al caso Terni (29 per cento alle ultime amministrative).

Scrivevo il 18 aprile 2019 (anche questo lo trovate sotto):

“I leghisti forse non avevano neanche bisogno delle dimissioni di Catiuscia Marini da governatrice dell’Umbria per provare a vincere in una ex regione rossa in cui sono passati dai tremila voti delle elezioni Politiche del 2013 ai 102 mila del 2018. L’aumento esponenziale era già iniziato alle regionali del 2015, quando di voti ne presero circa 50 mila. Insomma, la storia è lunga e gli umbri non diventeranno improvvisamente leghisti alla prossima tornata elettorale, che si potrebbe tenere dopo l’estate, ma già lo sono da tempo”. 

Qui sotto alcuni articoli scritti negli ultimi mesi. 

17 Aprile 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/04/17/news/l-umbria-ha-un-problema-di-classe-dirigente-ci-dice-verini-250306/

18 Aprile 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/04/18/news/come-si-diventa-leghisti-anche-in-umbria-ecco-le-scelte-di-salvini-250319/

9 Maggio 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/05/09/news/socialismo-umbro-253655/

21 Maggio 2019 

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/05/21/news/il-caos-del-centrosinistra-umbro-e-un-caso-psico-politico-la-lega-ringrazia-256174/

23 Maggio 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/05/23/news/il-terni-al-lotto-del-26-maggio-256451/

13 Settembre 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/13/news/walter-verini-ci-spiega-perche-in-umbria-serve-laccordo-con-i-5-stelle-273929/

20 Settembre 2019

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/20/news/rousseau-da-un-tocco-nazionale-al-patto-civico-in-umbria-pd-m5s-275532/

27 Settembre 2019 

https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/27/news/salvini-cerca-la-redenzione-in-umbria-dopo-i-colpi-di-sole-del-papeete-276713/

Sennò vince Salvini

“Pd e M5S sono oltre il 40 per cento assieme. Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico di sì, sennò torna Salvini”, ha detto venerdì il segretario del Pd Nicola Zingaretti a Otto e mezzo. “Sennò torna Salvini” è già diventata la scusa con cui giustificare qualsiasi decisione politica, anche la più sgangherata. L’alleanza Pd-Cinque stelle in Umbria? Fondamentale, sennò vince Salvini. Quella in Calabria? Preziosa, sennò vince Salvini. Il taglio del numero dei parlamentari, peraltro votato anche dalla Lega? Mirabolante, sennò vince Salvini. Il formaggio sugli spaghetti con le vongole? Una delizia, sennò vince Salvini. Ma che identità può avere un partito pronto a farsi scudo con l’antisalvinismo e a omologarsi ai Cinque stelle?

“Gli interessi in comune”, undici anni dopo

Giovedì 3 ottobre torna in libreria, ma con un editore diverso, “Gli interessi in comune”, il mitologico romanzo di Vanni Santoni (Sarmi Zegetusa), uscito per la prima volta nel 2008. Sono molto legato a questo libro, per diverse ragioni. La prima è che parla della provincia, e io vengo da lì. La seconda è che undici anni fa ce ne andammo in giro per la Toscana, con Vanni, a presentarlo.

Se non lo avete mai letto, o anche se l’avete già compulsato e custodite gelosamente una copia dell’edizione Feltrinelli, da giovedì Iacopo, il Mella, il Paride e tutti gli altri vi aspettano in libreria.

L’argine anti-Salvini farà straripare Salvini?

Le trattative del possibile governo Pd-Cinque stelle procedono a strappi, ogni giorno ha la sua pena, c’è Luigi Di Maio che ha deciso di vestire i panni celoduristi di Matteo Salvini, approfittando magari di qualche (qualche…) debolezza di Nicola Zingaretti, è tutto un far di conto sul Beppe Conte bis (quanti sono i contiani tra i Cinque stelle in parlamento disponibili non al secondo governo ma persino al terzo o quarto pur di non tornare alle urne?). È atteso peraltro il voto della fondamentale e democratica piattaforma Rousseau, quella della democrazia diretta, sì, ma diretta da Casaleggio. 

Le trattative, si dirà, son così ovunque, figurarsi fra due partiti che si detestano da anni. Uno dei due, il M5s, è peraltro nato proprio contro il Pd. Nella logica che sottende questo nuovo possibile esecutivo, “argine al salvinismo”, si dice, non dovrebbe sfuggire la questione della compatibilità. Perché questo governo vedrebbe la luce proprio – lo ha spiegato anche Matteo Renzi – per fermare Salvini. 

Il problema è che adesso, pur cacciato Salvini, potrebbe valere ciò che era vietato quando il capo della Lega era al governo. “L’Europa deve cambiare linea economica adesso. In Germania arriva la recessione. L’export non basta più. La Brexit sarà un disastro per tutti. Lo scontro America-Cina ci vede alla finestra. Ora è tempo di investimenti e non austerity. Se l’Italia manda a casa Salvini, possiamo tornare protagonisti. Adesso”, dice Renzi. Tuttavia, come osserva Luciano Capone, “non capisco la logica secondo cui con Salvini non si può fare deficit e senza sì. Qualcuno dovrebbe spiegarlo. Adesso”. Il rischio di un governo giallo-rosso (o meglio giallo-Rousseau) spendaccione è alto. Così come è elevata la possibilità che Salvini, che preso da hybris (tracotanza) s’è fatto male da solo con i colpi di sole del Papeete, anche fuori dal Viminale possa continuare ad aver successo. L’accordo Pd-Cinque stelle non elimina le ragioni delle vittorie della Lega in questi anni (con il resto del centrodestra, certo). A Pisa, a Siena. A Ferrara. Alle regionali in Sardegna, in Abruzzo, in Piemonte, in Friuli-Venezia Giulia. Per non parlare di quello che potrebbe succedere alle prossime. In Umbria si vota il 27 ottobre, poi ci sono Calabria, Emilia Romagna e l’anno prossimo la Toscana. Il Pd, parecchio spaventato, ha aperto ai Cinque stelle anche sui territori. In Emilia, Stefano Bonaccini teme di perdere contro la Lega, che da quelle parti è più solida perché, come spiega Alessandra Ghisleri, è più radicata da anni. In Umbria Walter Verini si è rivolto anche ai grillini pur di battere Salvini. 

L’antisalvinismo non sembra essere sufficiente a risolvere i troppi problemi di identità di Pd e M5s. Anche i Cinque stelle ce li hanno, in queste ore: sono il partito di Beppe Conte o di Di Maio? Quelli del centrosinistra sono ancora più profondi o ramificati, ma quantomeno il Pd dovrebbe avere una visione del mondo diversa da quella dei Cinque stelle, come osserva Carlo Calenda nella sua lettera d’addio al Pd: “Penso che in democrazia si possano, e talvolta si debbano, fare accordi con chi ha idee diverse, ma mai con chi ha valori opposti. Questo è il caso del M5S… Non saranno 5 o 10 punti generici a far mutare natura a chi è nato per smantellare la democrazia rappresentativa cavalcando le peggiori pulsioni antipolitiche e cialtronesche di questo paese. Sapete bene che nulla abbiamo in comune con Grillo, Casaleggio e Di Maio. Ed è significativo il fatto che il negoziato non abbia neanche sfiorato i punti più controversi: dall’ILVA alla TAV, da Alitalia ai Navigator. Un programma nato su omissioni di comodo non è un programma, è una scusa”. Una scusa per governare.

Psicopolizia & Pre-crimine

L’unica cosa che hanno saputo fare per anni i Cinque stelle è mandare affanculo l’establishment, i famosi “governi precedenti”. Solo che adesso ci sono loro, al governo, e ci vuole poco a diventare una élite di utili idioti. 

I Cinque stelle non hanno idee. Lo dimostrano su ogni, singola, policy. Ma neanche a livello macro sanno che cosa fare. Lo dimostrano in continuazione, basta vedere quando parlano di immigrazione. Da giorni non fanno altro che ripetere la “proposta” del “sequestro immediato” delle imbarcazioni. In assenza di reato, peraltro. Un misto di Psicopolizia e Agenzia Pre-crimine.

Ho ascoltato la diretta Facebook di Salvini di ieri sera. Dura diciannove minuti ma bastano i primi cinque (sbobinati qui sotto) per capire che i casi sono due: o c’è ignoranza o c’è malafede.

Ho ascoltato la diretta Facebook di Salvini di ieri sera. Dura diciannove minuti ma bastano i primi cinque (sbobinati qui sotto) per capire che i casi sono due: o c’è ignoranza o c’è malafede.

“Buonasera. Eh, buonasera… Facile a dirsi buonasera. Facciamo meglio, va: ben ritrovate e ben ritrovati, amici. Lo sapevo, lo sapevo che ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe provato a negare l’evidenza. E avrebbe fatto quello che i professoroni, qualche politico straniero come Macron o come la Merkel o quale solone italiano si aspettava: liberare quella povera donna che ha solo provato ad ammazzare 5 militari italiani. Non ho parole. Non ho parole. Cosa bisogna fare per finire in galera in italia? Cosa bisogna fare per finire in galera in italia? Mi vergogno di chi permette che in questo paese arrivi il primo delinquente dall’estero e nel nome delle sue idee politiche disubbidisca alle leggi e metta a rischio la vita di alcuni militari italiani che stanno facendo il loro lavoro. Mi sono andato a rileggere le parole di quei finanzieri che quella notta di pochi giorni fa hanno rischiato di finire schiacciati ammazzati sulla banchina del porto di Lampedusa, dopo aver detto una, due, tre volte ‘alt’ alla nave della Sea Watch. Non una: una, due, tre volte ‘fermi’. ‘Fermi’. Vorrei capirei questo giudice che ha liberato questa criminale a questo punto cosa fa. Se stasera una pattuglia dei carabinieri o della polizia intima l’alt a una macchina su una strada italiana a questo punto chiunque è legittimato a tirare dritto? Anzi, non solo a tirare dritto, ma a speronare la pattuglia dei carabinieri o della polizia? Pessimo segnale. Pessimo segnale, signor giudice. Pessimo segnale, signor giudice. Se qualche giudice vuole fare politica – l’abbiamo detto siamo in democrazia – si toglie la toga, si candida in parlamento con la sinistra e cambia le leggi che non gli piacciono. Non siamo un paese civile se si sovrappongono politica e magistratura, magistratura e politica. No. Ripeto. In questo caso non c’è stato solo l’ignorare il no all’ingresso nelle acque italiane del ministro salvini, del ministro Toninelli, e del ministro trenta. Non si sono solo ignorate le indicazioni della capitaneria di porto, della guardia costiera, della guardia di finanza. No, si è deliberatamente rischiato di uccidere 5 ragazzi in divisa italiani che in mare stavano facendo il loro lavoro. E cosa si risolve, in una pacca sulla spalla? Magari la giudice si è bevuta pure un bicchier di vino con la signorina che si è detta ricca, bianca, tedesca, magari un po’ annoiata, e quindi legittimata a fregarsene delle leggi di uno stato? E poi ci sentiamo pure fare la morale da qualche politico tedesco, da qualche politico francese, di quelli che hanno passato giorno e notte per spartirsi le poltrone della prossima commissione europea. Se qualcuno pensa che io molli ha sbagliato a capire. Se qualcuno pensa che io mi fermi ha sbagliato a capire. Ancora oggi pomeriggio ci siamo ritrovati con tutti i tecnici e gli esperti al ministero dell’Interno per valutare come fermare altre navi complici degli scafisti che anche in queste ore sono in navigazione nel mar Mediterraneo. Basta, basta. L’abbiamo visto anche oggi con gli arresti a Lodi in Lombardia di gente che si diceva ‘onlus cooperativa’. Loro sono buoni, accolgono i migranti, perché sono generosi, perché sono cristiani, perché sono accoglienti… Cazzate. Perché ci guadagnano un sacco di soldi. Chi finanzia queste ong? Chi c’è dietro? Eh dai ragazzi, ormai l’abbiamo capito che è un tentativo di cancellare sovranità, leggi, diritti, dignità. Io non mollo. Anzi da domani ancora più determinato a far rispettare i confini del nostro paese che sono sacri, le leggi, le regole, la civiltà, l’onore, la dignità, il buonsenso, il buon gusto…”.

Sicché, il dubbio viene: non che quella della Lega (ma anche quella dei Cinque stelle) è solo una posizione di comodo per poter continuare a speculare politicamente?

Matteo Salvini dice che vanno redistribuiti i migranti in tutta Europa. Molto bene. Nel novembre 2017 il Parlamento europeo ha espresso la sua posizione sulla riforma del regolamento di Dublino – risalente al 2013 – sul diritto d’asilo e la novità più importante riguardava proprio l’abolizione del principio del paese di primo ingresso. Al momento del voto, la Lega s’è astenuta e il M5s ha votato contro. Come mi ha spiegato tempo fa Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, il testo approvato dal Parlamento Europeo nel 2017 voleva introdurre un profondo “cambio di paradigma”, a partire dall’eliminazione del criterio in base al quale la competenza all’esame della domanda di protezione si radica nel paese nel quale il richiedente ha fatto ingresso, sostituendo questo approccio, da tutti considerato fortemente inefficiente, con una nuova concezione in base alla quale il richiedente protezione va considerato un soggetto che fa ingresso nell’Unione considerata nel suo complesso. 

In più, come mi ha detto l’ex europarlamentare Elly Schlein a marzo, Salvini ci dovrebbe spiegare “perché lui o altri non si sono mai presentati alle 22 riunioni di negoziato e perché la Lega prima vota contro in commissione e poi si astiene in aula alla proposta di modifica. Sono atteggiamenti ipocriti. Spieghi perché si lamenta dei mancati ricollocamenti ma a Strasburgo nel 2017 quando abbiamo votato sui 160 mila ricollocamenti dall’Italia e dalla Grecia, la Lega ha votato contro. Spieghi perché su Dublino sacrifica l’interesse l’italiano sull’altare della sua alleanza politica con i nazionalisti di estrema destra, a partire da Orbán”. 

Sicché, il dubbio viene: non che quella della Lega (ma anche quella dei Cinque stelle) è solo una posizione di comodo per poter continuare a speculare politicamente?