Il Pd si chiede se sia il caso o no di difendere il M5s

Le accuse che arrivano dalla Spagna – secondo il quotidiano conservatore Abc l’attuale presidente del Venezuela Nicolás Maduro avrebbe autorizzato nel 2010 l’invio di una valigia contenente 3,5 milioni di euro per finanziare il M5s – non sono un problema soltanto per i grillini, ma anche per gli alleati di governo del Pd, messi davanti a una domanda: difendere o no il M5s? 

Graziano Delrio, capogruppo del Pd alla Camera, intervistato da Radio24, ha detto di non voler commentare “indiscrezioni giornalistiche di cui non abbiamo contezza della veridicità”. 

Potrebbe sembrare un modo per prendere tempo; il problema – per ora solo politico – è però la seconda parte del ragionamento di Delrio: “Cerchiamo di fare insieme il bene di questo Paese. Ogni partito ha le sue dinamiche, i suoi rapporti e le sue relazioni”. Il relativismo politico è sempre una questione pericolosa, perché giustifica le controversie degli alleati in virtù del quieto vivere della coalizione o del governo stesso. 

Come osserva tuttavia il senatore Tommaso Nannicini in un tweet, “abbiamo chiesto chiarezza a Salvini sui rubli di Putin. Vogliamo la stessa chiarezza da Di Maio, Casaleggio & co sui soldi dalla dittatura venezuelana. La democrazia italiana non è in vendita”. “È importante che Casaleggio abbia smentito subito sui finanziamenti venezuelani al suo movimento. Sulle scelte politiche verso il governo venezuelano con M5S abbiamo sempre avuto posizioni diverse. Non è un mistero. Ma non è questo il punto. Oggi davanti alle notizie che giungono dalla Spagna serve fare chiarezza per dissipare ogni ombra circa le accuse su donazioni che  sarebbero state fatte al M5S quando Maduro era ministro degli Esteri”, dice il senatore Alessandro Alfieri, capogruppo del Pd in commissione Esteri del Senato.

La subalternità culturale del Pd al M5s è stata spesso avvertita negli ultimi mesi, c’è persino chi vorrebbe costruire una “casa comune” (citofonare Dario Franceschini) con i grillini o organizzare un’alleanza strutturale permanente contro “le destre”, in nome della quale giustificare qualsiasi accordo territoriale fra Pd e Cinque stelle, dalla Puglia a Torino, pur di non far vincere Salvini e Meloni. Per questo le “dinamiche” e le “relazioni” del M5s non sono un dettaglio e riguardano anche il Pd. 

I fardelli di Appendino

Chiara Appendino ha diversi problemi politici (si fa per dire). Cerca la riconferma, chiede il sostegno al Pd per il secondo mandato, ma pesano i fardelli suoi e degli ex collaboratori, spiegavo in un pezzo di qualche giorno fa, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del suo ex portavoce Luca Pasquaretta.

La notizia di oggi è che l’ex sovrintendente del Teatro Regio William Graziosi è indagato per corruzione e turbativa d’asta. Indagato anche Roberto Guenno, ex candidato del M5s alle comunali, tenore dalla carriera molto rapida (da corista sindacalista a responsabile Innovazione e sviluppo al Teatro Regio).

“Mi assumo io la responsabilità, William Graziosi è la persona giusta”, diceva Appendino nel 2018. 

Ma queste persone giuste sembrano non esserci, come dimostrano fin qui le scelte di Paolo Giordana, ex capo di gabinetto, cacciato per aver fatto togliere la multa a un amico, e Pasquaretta. 

Se a guidare Torino oggi ci fossero il centrodestra o il centrosinistra, il M5s farebbe le barricate.

Lo “spazio morale” di Goffredo Bettini

Lo stato d’emergenza ha causato riflessi pavloviani di massa, ma negli ultimi giorni si sta superando il livello di sopportazione consentita. E siccome, come diceva già un arguto filosofo del linguaggio (Nanni Moretti) le parole sono importanti, è bene prestare attenzione a cosa dicono, teorizzano e scrivono gli ultrà del pensiero neo-populista. 

Su quelli che hanno firmato l’appello del manifesto mi sono già espresso altrove. C’è una sinistra che ha riscoperto l’adagio montanelliano del turarsi il naso. C’è chi invece ha scelto di non turarsi un bel niente e preferisce sottrarsi alle descrizioni macchiettistiche di chi non vince le elezioni e spera di usare lo stato d’eccezione per prolungare la propria sopravvivenza politica. 

Chi parla di “agguati” partecipa proprio alla descrizione macchiettistica di qualsiasi posizione minimamente critica nei confronti dell’esecutivo, delle forze che lo compongono. Sarebbe bello strafottersene, ma non si può, come si capisce leggendo Goffredo Bettini sul Corriere della Sera, uno dei teorici non solo del governo Pd-Cinque stelle ma, già a suo tempo, di un nuovo amalgama, la famosa “casa comune” teorizzata da Dario Franceschini. 

“Non esiste lo spazio morale, oltre che politico, per ordire trame e ribaltare l’esecutivo”, dice oggi Bettini. A parte il fatto che concorrere al cambio di una maggioranza di governo fa parte del gioco democratico e non è una “trama” (e fa pure ridere che lo dica Bettini, principe del realismo romano e romanesco), ma il passaggio inquietante è quello sullo “spazio morale”. Il lessico è sostanza, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo, per dirla in termini wittgensteiniani. Ma non deve stupire: Bettini appartiene a una tradizione politica che circoscriveva (e circoscrive) gli avversari identificandoli in termini di (im)moralità.

Il metodo Bonafede

Bonafede è diventato il bersaglio del metodo che gli ha consentito di campare politicamente per anni e di diventare quello che è. La telefonata di domenica era imbarazzante.

E dimostra una cosa a chi aveva ancora dei dubbi: c’è una “classe dirigente” cresciuta sotto la campana protettrice di media compiacenti, gente abituata a concionare senza contraddittorio, che ha imposto al dibattito pubblico le proprie scemenze nella certezza di non essere mai corretta.

Una “classe dirigente” che alla minima pressione o difficoltà va in tilt, balbetta o non sa come argomentare o contro argomentare perché abituata all’aiuto da casa.

Il problema, evidentemente inesplorato per i Bonafede (sono vari e non sono soltanto nel M5s), è che in politica arriva sempre, prima o poi, il momento del disvelamento.

Gli esperti e la sovranità politica

Per anni i Cinque stelle hanno sistematicamente introdotto nel dibattito pubblico l’idea, poi elevata in parlamento con l’elezione nel 2013 di una discreta massa di sciattoni, che la conoscenza e l’esperienza non servano. 

Non serve conoscere ciò di cui si parla, basta essere onesti cittadini; non servono anni di applicazione e presenza nelle istituzioni, ma bastano pochi mandati parlamentari (due) per apprendere consapevolmente l’uso della res publica. Adesso siamo arrivati alla situazione paradossale che i Cinque stelle, gli esegeti della cuoca elevata a capo di stato, sono al governo per la seconda volta, prima con la Lega e adesso con il Pd. E a loro tocca, insieme ai compagni di viaggio, occuparsi di gestire una pandemia dovuta a un virus di cui ancora, purtroppo, conosciamo poco. Sicché, in un paese nutrito per colazione, pranzo e cena con il veleno della diffidenza nei confronti di tutto ciò che proviene dalla bocca degli “esperti” e da quelli che mischiano competenze tecnico-specialistiche con conoscenza del mondo, fosse anche soltanto del loro mondo (i tecnocrati), ci siamo ritrovati al governo i Cinque stelle e un presidente del Consiglio di loro ispirazione, Beppe Conte. 

Il paradosso è che ogni volta che Conte parla, fa costante riferimento ai tecnici, alla commissione tecnico-scientifica, “preso atto che…”, “tenuto conto di quanto detto da…”, “ascoltato il parere di…”. Lo fa dunque l’esponente di un movimento che ha dissacrato, massacrato, irriso, sputtanato qualsiasi competenza scientifica a vantaggio della sontuosa (oltre il 32 per cento 2018, anche se sembra passato un secolo) crescita politica del M5s. Sicché, ogni volta che Conte parla si fa scudo di quei comitati, quegli esperti che fino a ieri erano stati trattati come una banda di truffatori del popolo. Non so che effetto possa fare oggi nei confronti di quel pezzo di paese che ha votato per i grillini, quasi undici milioni di persone nel 2018, e che nel 2020 si trova costantemente sottoposto alla sua attenzione un nucleo di esperti squadernati in tv, sui social e sui giornali. È la rivincita degli esperti, si dirà. Anche me capita di pensarlo. 

Mi capita di pensare che forse anche quelli che gridavano contro i vaccini oggi si ritrovano a sperare di averne a breve uno. 

Mi capita di pensare che ai vertici delle istituzioni (parlamentari e non) un giorno forse non ci saranno più le Paola Taverna o i Carlo Sibilia, che oggi più furbescamente di Davide Barillari hanno smesso di parlare di vaccini o di allunaggio, facendo credere a tutti di aver smesso di ruttare. 

Mi capita però anche di pensare che dietro l’ostentazione degli esperti ci sia la debolezza di quella politica che li ha disprezzati, dimenticando un assunto fondamentale del rapporto fra tecnica (e tecnici) e politica, brillantemente riassunto in un’intervista di Luciano Pellicani a Marco Valerio Lo Prete qualche anno fa: “Il politico deve rispondere con i fatti alle sollecitazioni degli intellettuali, invece questi ultimi vorrebbero che stesse sempre lì ad ascoltarli. Il primato della politica vuol dire ‘decisione sovrana’. Poi i tecnici restano indispensabili per non perdere il contatto con ciò che oggi fa muovere il mondo, la triade mercato-scienza-tecnologia”.

Per la fase 2 a Roma servirebbe una task force (o un sindaco, in alternativa)

La regionalizzazione delle fasi 2 (ognuno d’altronde ha la sua fase 2) dovrebbe prevedere uno specifico protocollo chiamato “Roma”, dove Virginia Raggi intende promuovere “più bici e monopattini”. Urge avvertire fin da ora i reparti di Ortopedia e Traumatologia, in modo che possano potenziarsi per accogliere tutti quei novelli possessori di monopattino caduti nelle buche della Capitale o quegli ignari ciclisti che speravano di poter circolare liberamente e in sicurezza, salvo accorgersi che a Roma le piste ciclopedonali sono un colabrodo.

L’otto gennaio 2020 la Giunta ha deliberato l’approvazione di “nuove piste ciclabili”, ma si tratta perlopiù di ricuciture” tra piste già esistenti e soprattutto, scrive Bike Italia “si tratta di interventi sì strategici, perché mettono in connessione spezzoni di ciclabili attualmente scollegati tra loro, ma l’entità dei chilometri da mettere in cantiere è piuttosto modesta: non gli iniziali 19 suddivisi in 14 interventi (come si evince dal documento), ma circa la metà per i 7 percorsi ciclabili”.

Che dire poi della metro, dove stamattina – 24 aprile – l’Atac a San Giovanni ha testato le misure di contenimento dei flussi, regalando futuri apparentemente distopici nei quali per raggiungere il posto di lavoro ti devi alzare in orario antelucano e guadagnare il posto in fila davanti alla fermata, sperando però che non si rompano le scale. 

Insomma, per la fase 2 a Roma servirebbe una task force (o un sindaco, in alternativa).

La dichiarazione dell’Ungheria contro le violazioni dello stato di diritto

Il primo aprile, 16 Stati dell’Unione Europea rilasciano una dichiarazione congiunta per denunciare il rischio che, durante l’emergenza sanitaria, le misure prese da alcuni Paesi possano violare lo stato di diritto, i principi democratici e i diritti fondamentali della cittadinanza.

In this unprecedented situation, it is legitimate that Member States adopt extraordinary measures to protect their citizens and overcome the crisis. We are however deeply concerned about the risk of violations of the principles of rule of law, democracy and fundamental rights arising from the adoption of certain emergency measures.
 

Emergency measures should be limited to what is strictly necessary, should be proportionate and temporary in nature, subject to regular scrutiny, and respect the aforementioned principles and international law obligations. They should not restrict the freedom of expression or the freedom of the press.

We need to jointly overcome this crisis and to jointly uphold our European principles and values on this path. We therefore support the European Commission initiative to monitor the emergency measures and their application to ensure the fundamental values of the Union are upheld, and invite the General Affairs Council to take up the matter when appropriate.

Il riferimento, anche se non viene citata direttamente, è all’Ungheria.

Il giorno dopo, il 2 aprile, il ministro della Giustizia ungherese firma il documento e dice di condividere le preoccupazioni degli altri stati.

Hungary joins the following statement adopted by Member States of the European Union.

In this unprecedented situation, it is legitimate that Member States adopt extraordinary measures to protect their citizens and overcome the crisis. We are however deeply concerned about the risk of violations of the principles of rule of law, democracy and fundamental rights arising from the adoption of certain emergency measures.

Emergency measures should be limited to what is strictly necessary, should be proportionate and temporary in nature, subject to regular scrutiny, and respect the aforementioned principles and international law obligations. They should not restrict the freedom of expression or the freedom of the press.

We need to jointly overcome this crisis and to jointly uphold our European principles and values on this path. We therefore support the European Commission initiative to monitor the emergency measures and their application to ensure the fundamental values of the Union are upheld, and invite the General Affairs Council to take up the matter when appropriate.

(Ministry of Justice)

Grosso grasso casino all’Inps

I provvedimenti sballati, rivedibili, gli errori grossolani, i decreti seguiti da altri decreti per aggiustare i decreti precedenti vengono giustificati con l’eccezionalità del momento. Con l’emergenza, tutto si può giustificare. Eppure il problema è l’ordinario, non lo straordinario. L’ultimo caso è quello dell’Inps, preso comprensibilmente d’assalto per le richieste di bonus. Orbene, non soltanto l’Inps è collassato, ma c’è stato un gravissimo data breach, con dati personali degli utenti diffusi a chiunque. Improvvisazione e cialtroneria prescindono dai tempi eccezionali. C’erano già prima, adesso se ne accorgono tutti. Ma non tutto può essere giustificato con l’emergenza. Poi c’è chi si stupisce perché alcuni si oppongono al tracciamento digitale. Visto il livello di incompetenza, prima dovremmo tracciare i tracciatori.

Ma cos’è successo? Una fonte che ho contattato mi ha dato questa possibile spiegazione:

È impossibile dire cosa sia successo dagli screenshot e dai report degli
utenti, ma con qualche probabilità si tratta di un problema di cache
(lato server) delle risposte, intrecciato magari con il potenziamento
dell’infrastruttura per gestire il picco di carico.

Su Reddit è in corso una conversazione sul tema e uno degli utenti sembra confermare questa ipotesi, ampliandola:

In ogni caso, un data breach di queste proporzioni non è giustificabile.

Update: Beppe Conte dice che è colpa degli hacker. Lo hacker che bontà.

Roma, 1 apr. (Adnkronos) – Ai leader di opposizione riuniti a Palazzo Chigi, il premier Giuseppe Conte ha spiegato che i problemi registrati dal sito Inps sono legati ad attacchi hacker.

Update / 2: Anche Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, dice che è colpa degli hacker:

“Abbiamo ricevuto nei giorni scorsi e anche stamattina violenti attacchi hacker”, dice Tridico all’AdnKronos.

Il garante della Privacy, Antonello Soro, ammette di essere preoccupato, parlando con l’AdnKronos.

”Siamo molto preoccupati per questo gravissimo data breach. Abbiamo immediatamente preso contatto con l’Inps e avvieremo i primi accertamenti per verificare se possa essersi trattato di un problema legato alla progettazione del sistema o se si tratti invece di una problematica di portata più ampia. Intanto è di assoluta urgenza che l’Inps chiuda la falla e metta in sicurezza i dati”. Così all’Adnkronos Antonello Soro, Garante Privacy, commentando il caso del sito dell’Inps andato in tilt.

”Quella della mancanza di sicurezza delle banche dati e dei siti delle amministrazioni pubbliche è – prosegue il Garante – una questione che si ripropone costantemente, segno di una ancora insufficiente cultura della protezione dati nel nostro Paese”.

Per l’ora, l’unica cosa che ho capito

Per ora è l’unica cosa che ho capito dall’inizio di questo disastro sono le carenze strutturali. Poi ci torno su.

A niente serve eccitarsi per il nostro sistema sanitario nazionale, al quale va tutto il mio ringraziamento, se in condizioni normali mancano già i medici specialisti e si pensa che allocare le risorse per aumentare i contratti di formazione per specializzandi sia rinviabile a un altro momento.

A niente servono le raccolte fondi dettate dall’emergenza, e ben vengano certo, se non si capirà che pagare le tasse – sempre in condizioni normali – serve a tutti, compreso chi le paga. 

A niente servono i giga in più delle compagnie telefoniche se non si pone rimedio alla mancanza di infrastrutture che rendano possibile ciò che adesso rischia di diventare molto complicato, visto l’enorme afflusso di persone che usano la Rete e i cellulari per lavorare, studiare, intrattenersi. 

Tutte cose alle quali bisogna pensare “adesso”.

L'”informazione ufficiale”: un caso da manuale nelle carceri

Vorrei raccontarvi questa storia a proposito del magnifico tema “informazione e ufficialità” che appassiona qualcuno di voi in termini discutibili. 

Mi sto occupando delle carceri, ieri ho scritto un pezzo e oggi avrei voluto intervistare un medico infettivologo che ha 15 anni di esperienza e lavoro nelle prigioni italiane. 

Una direttiva della AUSL Toscana impedisce ai medici di rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. Già questo lo trovo assurdo ma ho chiesto l’autorizzazione all’ufficio stampa della AUSL e ho ricevuto questa risposta:

“In questa particolare e delicata fase si ritiene inopportuna un’intervista del dottor XXX. Anche se si tratta di un contributo medico esso sarebbe comunque contestualizzato negli attuali fatti di cronaca. Sono certa che comprenderai le nostre ragioni”.

Come ho avuto modo di spiegare, non comprendo. Credo che un contributo scientifico sia di aiuto proprio in questa “particolare e delicata fase”. Non è con la mancanza di informazione e di conoscenza che si può rendere un buon servizio ai cittadini.