All’improvviso, la madre di tutte le elezioni regionali

Non so come finirà in Toscana, che un po’ distrattamente è diventata in questi primi giorni di settembre la madre di tutte le elezioni regionali. 

La partita, come si dice, è apertissima. Certo è che il centrosinistra non se la passa bene. Il candidato Eugenio Giani sembra esserne consapevole, a differenza di altri che a Roma sonnecchiano.  

Si fanno molti paragoni impropri con l’Emilia-Romagna, ma le differenze sono enormi. Giani non è Stefano Bonaccini, le liste che lo sostengono sono deboli (non come in Campania, dove la lista di Vincenzo De Luca rischia di prendere più voti del Pd), manca l’effetto sardine, Susanna Ceccardi non è Lucia Borgonzoni (che si era fatta sostituire in campagna elettorale da Matteo Salvini, e a un certo punto non si capiva più chi era il candidato) e forse potrebbero pure mancare i voti dei Cinque stelle, che in Emilia-Romagna in parte sono andati su Bonaccini. Aggiungo anche che la Toscana sembra essere più laica. La Lega già governa città importanti come Pisa e Siena. 

Non starò a ripetere quel che ho scritto altrove, in libri e articoli, ma un modello (politico, sociale e di selezione di classe dirigente) è finito e non ne è stato trovato un altro. Il che vale per la Toscana ma anche per altre regioni (ex) rosse. Come l’Umbria e, tra poco, probabilmente anche le Marche. 

Sicché, come mi ha detto Mario Curia, editore fiorentino, fondatore di Mandragora, “il Pd non può pensare di prendere i voti in Toscana con l’allarme fascismo e lo spirito resistenziale… Non basta dire ‘altrimenti vince la destra’ per mandare la gente alle urne. E dirò di più: la destra non è una bestemmia, anzi, magari ce ne fosse una seria”.