Il profetico Marcello Pera

Ho ritrovato un’intervista fatta a Marcello Pera nel 2018. Come al solito lucidissimo, l’ex presidente del Senato mi disse, in anticipo sui tempi, una cosa che vale la pena rileggersi oggi, mentre sta nascendo l’alleanza grillopidì:

“Sono stupito per il fatto che nel Pd ci sia qualcuno che voglia l’accordo con i Cinque stelle. Sono evidentemente in stato confusionale, non hanno chiaro chi sono, oppure pensano che chiunque si oppone al governo sia un loro alleato. Quando nel Pd dicono che quello del M5s è un pezzo del loro elettorato, di protesta, vuol dire che il Pd già aveva un elettorato di tale natura e che non sono riusciti a educarlo. L’elettore deluso berlusconiano va con Salvini, ma questi che stanno nel M5s non sono elettori delusi del Pd. Semplicemente, stavano dentro il Pd ma hanno altre intenzioni e caratteristiche, come quella di tagliare le teste. Sono cresciuti con i comizi di Grillo e hanno pensato che una volta arrivati al governo si potesse far davvero”.

Il resto dell’intervista, qui.

Per quanto tempo ancora Emiliano tratterà come fessi i suoi concittadini?

Dice Rino Formica che Michele Emiliano è un “uomo dotato di anima populista mercantile, in salsa barese, cioè opportunista”. 

In sostanza, dice tutto e il contrario di tutto, come ho avuto modo di spiegare una volta. E, attenzione, Emiliano ne è pienamente consapevole, come si evince da certe sue dichiarazioni: “Non c’è nessuno che conosce meglio di me questa regione e non c’è nessuno che ha commesso gli errori che ho commesso io, dunque sono l’unico che può correggerli”. 

Oggi sulla Stampa il presidente pugliese è riuscito a dire che lui, a differenza dei Cinque stelle, non era per la chiusura dell’ex Ilva. 

Ho dovuto rileggere il passaggio dell’intervista due volte perché non ci credevo. Eppure l’ha detto:

“Sull’ex Ilva avevamo posizioni differenti, perché loro promettevano la chiusura della fabbrica, io invece ho sostenuto sin dall’inizio la strada della decarbonizzazione”. 

Non è vero, è una falsità. 

Emiliano nel 2019, intervistato dal Fatto quotidiano (c’è pure il video), ha detto che “Ilva va chiusa”. 

Per quanto tempo ancora il presidente della Regione Puglia – incarnazione politica di Zelig – tratterà come fessi i suoi concittadini? 

Le usciate dei Cinque stelle al Pd

A niente sono servite le parole di Beppe Conte, che sul Fatto quotidiano ha intervistato Marco Travaglio per lanciare l’alleanza scolpita a colpi di Sacro Blog fra Pd e Cinque stelle nelle Marche e in Puglia. 

A niente sono serviti gli appelli della segreteria Zingaretti per accordarsi contro “le destre” (sempre plurali, mi raccomando) in regioni in cui Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia sono altamente competitive. 

A niente è servito il voto su Rousseau con il via libera dei militanti superstiti all’innominabile alleanza (fino a poco più di un anno fa) grillopidì. 

In cinque regioni su sei, M5s e Pd andranno separati. Solo in Liguria sono riusciti ad accordarsi, presentando Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto, come candidato. Giusto il commento su Twitter di Paolo Ermini, già condirettore del Corriere della Sera ed ex direttore del Corriere Fiorentino per 12 anni (seguitelo, è appena arrivato sui social): 

“Niente alleanza Pd-M5S alle regionali, nonostante gli appelli di Conte e di alcuni Dem di primo piano. Torna in mente l’usciata rifilata in streaming dai grillini all’allora leader del Pd Bersani che cercava il loro sostegno per un suo governo. Chi non ha idee cerca alleanze”. 

Le idee in effetti sono poche, basta leggere le interviste e gli interventi dei dirigenti del Pd per accorgersene (con alcune eccezioni naturalmente, mi riferisco al sindaco di Bergamo Giorgio Gori). 

Anche la posizione sul referendum è discutibile, come ho già avuto modo di spiegare, e mi pare che abbia ragione Matteo Orfini nell’intervista che gli ho fatto qualche giorno fa: 

“L’argomento per cui per non lasciare in mano il referendum ai populisti dobbiamo votare Sì è poco comprensibile logicamente oltre che politicamente: per non lasciare una riforma populista in mano ai populisti dobbiamo diventare anche noi populisti invece che contrastare il populismo. Mi pare un mix di subalternità e mancanza di coraggio, che è esattamente la ragione della forza dei populisti nel nostro paese”. 

Non che il Pd, poi, tragga molto da questa subalternità. Pur di vincere nelle regioni che governa – e che rischia di perdere – è disposto a tutto. Anche ad allearsi con chi per anni ha sputato sulla democrazia rappresentativa e poi, corteggiato e ben ricompensato, si concede il lusso dell’usciata. 

Referendum costituzionale, le ragioni per dire NO

Il 20 e 21 settembre ci sarà il referendum sul taglio del numero dei parlamentari. Visto il clima che c’è nel paese, non da ora grazie a decenni di sentimenti anti casta, è facile ipotizzare che la riduzione di deputati (da 630 a 400) e senatori (da 315 a 200) passerà agilmente. Anche perché la grancassa grillina può contare sul sostegno, più o meno diretto, degli alleati di governo, segnatamente il Pd. Poche sono le voci che si stanno alzando per dire che così il taglio del numero dei parlamentari assomiglia alla Corazzata Potëmkin di Fantozzi. Anche perché non sono arrivati quei correttivi in nome dei quali anche il centrosinistra aveva deciso, dopo molti no, di far passare la riforma in Parlamento. 

Secondo i Cinque stelle (da Luigi Di Maio a Riccardo Fraccaro) il taglio produrrà un risparmio di 500 milioni di euro a legislatura, cento milioni l’anno. L’Osservatorio sui Conti pubblici italiani diretto da Carlo Cottarelli ha rivisto di parecchio le cifre, stimando il risparmio intorno a 57 milioni annui (285 milioni a legislatura), pari allo 0,007 della spesa pubblica. Il professor Sabino Cassese ha calcolato che il risparmio che si può ottenere è pari a un settimo del costo di un F35. “In realtà è un attacco alla democrazia parlamentare da parte di coloro che pensano alla democrazia diretta”, dice Cassese. I sostenitori del Sì al taglio non spiegano perché un parlamento ridotto sarebbe più efficiente. Tanto più se la qualità della classe dirigente espressa dai partiti resterà la stessa vista sin qui. Sicché, proprio per zelo, per ripararsi dalle critiche del popolo, sovente feroci, sono gli stessi partiti ad auto-tagliarsi, ad auto-ridursi. 

La “casta” contro la “casta” insomma cerca di recuperare, in maniera improbabile, il consenso. Perché ormai nella pubblica opinione è radicata la consapevolezza che la politica è un costo, che è uno spreco da evitare, tagliare, cancellare. La politica ha contribuito ad alimentare questo sentimento anche se, va detto con forza, il caso dei cinque parlamentari che hanno chiesto e ottenuto il bonus da 600 dell’Inps non c’entra niente con il referendum. Non può dunque essere usato dalla propaganda favorevole al taglio, non può essere usato da chi dice “vedete? Sono tutti dei mangiapane a tradimento”. C’entra con la selezione dei parlamentari fatta dai partiti, che cercano una deresponsabilizzazione autoriducendosi di numero. 

Il risultato lo ha descritto bene il sindaco di Bergamo Giorgio Gori su Huffington Post: “Riducendo i parlamentari da 915 a 600 l’Italia diventerà il Paese con il peggior rapporto tra numero di cittadini ed eletti, allontanando ancora di più gli uni dagli altri; verrà spazzato via il principio di rappresentatività territoriale, a danno principalmente delle aree interne e meno popolate; i parlamentari saranno scelti in liste bloccate ancora più corte e totalmente nelle mani dei leader nazionali”. 

Non è la prima volta che viene decisa la riduzione del numero dei parlamentari, ma è la prima volta che viene proposto un taglio lineare. La riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi prevedeva l’introduzione di un bicameralismo differenziato. In questo caso non c’è alcuna differenziazione fra Camera e Senato, c’è un taglio e basta. 

Nel 2016 gli italiani respinsero la riforma proposta da Renzi, senz’altro criticabile ma paragonata a questa più ragionevole. Stavolta, per i motivi suddetti, è probabile che il taglio venga confermato. I Cinque stelle vedranno coronato il loro sogno antiparlamentarista. 

Tra le considerazioni da fare ce n’è anche una eminentemente politica. Il centrosinistra sta appaltando il parlamento alle pulsioni populiste pur di compiacere gli alleati di governo a Cinque stelle. Il governo Conte I con la Lega li ha indeboliti, il governo Conte II potrebbe vivificarli grazie alla conquista di un traguardo insperato, con la collaborazione di chi per anni ha cercato di difendere la democrazia rappresentativa da quella diretta, che si chiama così perché c’è qualcuno che la dirige (la Casaleggio Associati).

[Una versione di questo intervento è uscita sul Messaggero Veneto]

Per quanto ancora Pd e Cinque stelle useranno Salvini come alibi?

Non è nemmeno più divertente recuperare le dichiarazioni grilline degli ultimi dieci anni – sui fermi principi e le ferme prese di posizione del M5s – per ricordare su quanti e quali argomenti si sono contraddetti. 

Gli archivi delle agenzie e dei vecchi post su Facebook e Twitter sono un cimitero di sortite burbanzose e insulti contro gli ex avversari. Piovra, mafiosi, pidioti, venduti, l’elenco di parole chiave per l’elettorato grillino che capi e capetti del M5s hanno utilizzato ossessivamente contro i vecchi nemici è lungo e sterminato. 

Non stupisce quindi che alla fine i Cinque stelle abbiano detto sì al terzo mandato per i consiglieri comunali (così Virginia Raggi potrà candidarsi) e sì anche all’alleanza con il Pd, voltando faccia a sé stessi. In fondo non stupisce neanche che Nicola Zingaretti si sia subito fiondato a congratularsi con i grillini per il testacoda, peraltro spacciato dagli stessi Cinque stelle per “evoluzione”. 

Bisogna però essere chiari: non c’è alcuna evoluzione. C’è solo il timore di perdere posizioni di potere acquisite all’interno di quelle stesse istituzioni descritte per anni come un covo di farabutti. 

Il tutto giustificato, secondo il Pd, con il pericolo dell’“avanzata delle destre” (sempre plurale) che il “nuovo centrosinistra” giallo-rosé vorrebbe scongiurare con operazioni pedagogico-ortopediche. 

Come se gli italiani avessero bisogno di essere salvati da qualcuno e non fossero capaci di difendersi. 

Ma fino a quando Pd e Cinque stelle potranno usare Salvini come giustificazione? Fino a quando Salvini sarà l’alibi che consentirà ai dirigenti del “nuovo centrosinistra” di spacciarsi come salvatori della patria e giustificare qualsiasi scelta politica?

I Cinque stelle non sono (più) credibili

Da oggi a mezzogiorno fino a domani a mezzogiorno, i militanti del M5s – o quel che ne resta – potranno votare sulla piattaforma del Sacro Blog per cancellare la regola aurea stabilita a suo tempo da Gianroberto Casaleggio sul limite dei due mandati nelle assemblee elettive. La cancellazione riguarda, per ora, solo il mandato nei consigli comunali (che come ricorderete era diventato “mandato zero” giusto un anno fa tra mille ironie e sghignazzamenti vari). 

Vito Crimi in un post ha provato a spiegare le nobilissime ragioni del bel gesto dei Cinque stelle, premurandosi di precisare che non c’è alcun passo indietro sui valori (non è mancato naturalmente il solito contorno di fesserie già utilizzate in passato dai grillini per giustificare, un passo alla volta, il cambio di rotta su qualsiasi regola aurea). 

Scrive l’incantevole Crimi:

“Il limite dei due mandati era stato introdotto per evitare che la politica diventasse una professione e che si concentrasse un eccessivo potere nelle mani degli eletti. Abbiamo sempre ribadito che l’elezione non è un fine, ma un mezzo per arrivare al vero obiettivo, quello di lavorare e impegnarsi esclusivamente per la cosa pubblica. Ma con il miraggio di una elezione ripetibile, reiterabile, il rischio è quello di privilegiare il consenso mettendo da parte il bene comune. E non possiamo accettarlo. Ecco perché è stato introdotto il limite dei due mandati: per dare al parlamentare la piena libertà di poter agire per il solo bene comune e la consapevolezza che il proprio lavoro, il proprio impegno, la propria dedizione non serve a portare voti, ma soluzioni ai problemi dei cittadini e del Paese. Il limite al mandato elettorale era stato dunque pensato principalmente per parlamentari e consiglieri regionali. Ma con il tempo ci si è resi conto di quanto fosse difficile paragonare l’attività politica che si svolge in Parlamento e nei consigli regionali, a quella che si realizza in un consiglio comunale: qui il professionismo della politica è quasi inesistente e senza un puro, sincero, spirito di servizio, è difficile andare avanti”.

Adesso, dice Crimi, 

“è arrivato il momento di interrogarci sul mandato da consigliere comunale, sul suo valore e sulle sue prospettive. Abbiamo già approvato a larga maggioranza il concetto di ‘mandato zero’ che ha però mostrato, nella sua concreta applicazione, delle criticità dovute alla complessità. Per questo motivo, anche nell’ottica di semplificare e di rendere più flessibili le nostre regole interne, intendo sottoporre alla decisione degli iscritti la proposta di stabilire che un mandato da consigliere comunale deve intendersi come escluso dal computo dei due mandati, in qualunque momento esso sia svolto”. 

Stupendo. 

I Cinque stelle avrebbero potuto dire che l’abolizione della sacra regola serve anzitutto a ricandidare Virginia Raggi, arrivando persino a sostenere che è il miglior amministratore pubblico d’Italia e che non si può fare a meno di lei. Avrebbero descritto la trama di un romanzo fantasy ma quantomeno avrebbero fatto una migliore figura agli occhi degli stessi seguaci (onestà, onestà, onestà), ai quali però tutto sommato potrebbe non dispiacere farsi portare ancora a spasso da capi e capetti grillini.

Dall’“uno vale uno” da tempo il M5s è passato al “tanto vale tutto”.

Al che sorge spontanea una domanda: i Cinque stelle hanno ancora un futuro politico o ormai sono stati normalizzati dall’esperienza di governo, che li ha resi uguali a tutti gli altri partiti? 

Il politologo Marco Tarchi mi risponde così: “Le due prospettive non sono in contrasto. Anzi: il loro futuro può passare solo dall’indispensabilità dei loro parlamentari in coalizioni di governo di qualunque colore. Dopo l’esperienza dell’alleanza con il Pd, come veicolo di protesta, ma anche di proposta alternativa, non sono più credibili”. 

Certo, resta la domanda: quando mai lo sono stati?

Raggi si ricandida e il Pd non può dire tutto quello che dovrebbe dire

L’annuncio di Virginia Raggi, che si ricandida per il secondo mandato (il terzo nelle istituzioni, in palese violazione delle regole a Cinque stelle) non giunge inaspettato. D’altronde, perché avrebbe dovuto ritirarsi? La città è una meraviglia. L’Atac è efficiente (ieri sono andati a fuoco altri due autobus, per festeggiare l’annuncio della ricandidatura), le piste ciclabili sono state finalmente completate (come no, fatevi un giro in monopattino e, fra buche e dossi, vi sembrerà di essere Harry Potter che gioca a Quidditch) e i Cinque stelle sono convinti davvero di avere fra le mani la versione femminile di Churchill. 

In qualsiasi altra circostanza, di fronte ai brillanti risultati della sindaca di Roma, i Cinque stelle avrebbero imbastito una campagna contro il malcapitato o la malcapitata di turno pur di impedirne non la rielezione ma direttamente la ricandidatura. Il Pd invece, che è alleato di governo dei Cinque stelle, si accontenta di mugugnare dicendo che Roma merita “ben altro” e che presenterà un imprecisato candidato alternativo. Non ha insomma la forza di spiegare ai Cinque stelle che Virginia Raggi e le sue incompetenze non sono proprio gradite nella Capitale. 

La destra – Giorgia Meloni, Matteo Salvini – è invece ferocemente pronta a dire tutto quello che il Pd non può dire. Il Pd si candida come alternativa al M5s, in teoria, ma non potrà mai esagerare nei toni né dire le cose come stanno. Non può litigare con l’elettorato grillino: i suoi voti gli serviranno nel caso, possibile, che ci sia un secondo turno. 

A quel punto, il solito ritornello zingarettiano dell’alleanza “contro le destre” diventerebbe centrale. “Bisogna fermare Salvini e Meloni”, sarebbe l’appello del Pd al popolo. Non sono d’altronde soltanto Raggi e il M5s a giocarsi tutto. C’è anche Nicola Zingaretti. Zingaretti è Roma e poco altro (toh, il Lazio). Perdere nella Capitale per il segretario del Pd sarebbe come perdere un referendum costituzionale nel 2016 per uno che viene da Rignano sull’Arno.

Provate a fare l’assessore ai lavori pubblici di un Comune e poi ne riparliamo

Continuo a leggere e vedere pezzi di colleghi che parlano del caso Inps dicendo che sono “coinvolti persino 2.000 politici”. 

L’incapacità di distinguere è un problema serio, specie quando riguarda i giornalisti.

Fra quei 2.000 politici, stando a quanto viene detto, ci sono sindaci e assessori comunali che amministrano comuni prendendo una miseria e assumendosi rischi enormi. Provate a fare l’assessore ai lavori pubblici di un comune e poi ne riparliamo.

Invito a leggere il bellissimo post di Anita Pirovano, consigliera comunale a Milano:

“Dalle prime indagini sarebbe emerso che i cinque di Montecitorio sarebbero tre deputati della Lega, uno del Movimento 5 Stelle e uno di Italia Viva. Inoltre, nella vicenda sarebbero coinvolti addirittura duemila persone tra assessori regionali, consiglieri regionali e comunali, governatori e sindaci.”

Apprendo dunque da Repubblica online che sarei coinvolta (!) nello scandalo dei “furbetti del bonus” e mi autodenuncio. 

Non vivo di politica perché non voglio e non potrei. 

Non potrei perché ho un mutuo, faccio la spesa, mantengo mia figlia e – addirittura – ogni tanto mi piace uscire e durante le ferie andare in vacanza. In più ho studiato fino al dottorato e all’esame di stato per diventare psicologa e ricercatrice sociale, professione in cui negli ultimi tempi mi sembra spesso di essere “più utile” alla società che in consiglio comunale (attività a cui comunque dedico tutto il tempo non lavorato e la passione di cui sono capace). 

Infine e soprattutto pur non cedendo alle sirene antipolitiche ho capito sulla mia pelle che avere un lavoro (nel mio caso più d’uno in regime di lavoro autonomo) mi consente di essere “più libera” nell’impegno politico presente e ancora più nelle scelte sul futuro, per definizione incerto. 

Come tanti mi indigno – perché è surreale – se un parlamentare in carica fruisce ammortizzatori sociali e penso sia paradossale che una misura di sostegno al reddito non preveda nessuna soglia di reddito.

Tutto ciò premesso qualcuno – magari anche più lucido e meno incazzato di me – mi spiega perché da lavoratrice (e la politica non è un lavoro per definizione) non avrei dovuto fare richiesta di una misura di sostegno ai lavoratori destinata perché faccio anche politica? Considerato ovviamente che pur lavorando tanto ed essendo componente di un’assemblea elettiva (il che non mi garantisce nè un’indennità nè banalmente i contributi inps) ho un reddito annuo dignitoso e nulla di più. 

Mi arrabbio ancor più se penso che nel calderone dei 2.000 probabilmente sarà stato tirato in causa anche qualche sindaco (accomunato ai parlamentari o ai consiglieri regionali dal comune impegno politico ma non dal conto in banca) di un piccolissimo comune con una grandissima responsabilità pubblica e un’indennità di poche centinaia di euro annue.

Leggendo le parole della consigliera Pirovano, mi torna in mente un pezzo che scrissi nel 2015 dal titolo “Ce lo chiede la gggente”:

La politica però non può essere gratis, perché la democrazia ha un costo. “Un reclutamento non plutocratico del personale politico, dei dirigenti e dei loro seguaci, è legato – scrive Max Weber ne “La politica come professione” – all’ovvio presupposto che dall’esercizio della politica provengano a questi politici dei redditi regolari e sicuri. La politica può essere esercitata o ‘a titolo onorifico’, e quindi da persone, come si è soliti dire, ‘indipendenti’, cioè benestanti, soprattutto in possesso di rendite; oppure il suo esercizio viene reso accessibile a persone prive di beni, che quindi debbono ricevere un compenso. Il politico che vive della politica può essere un puro ‘percettore di prebende’ o un ‘impiegato’ retribuito”. Se vogliamo tornare a una distinzione della politica fra notabili e impiegati, questa è la strada. Trovateli poi, dunque, assessori disposti in un comune a caso fra i 15 mila e i 30 mila abitanti a farsi dare della casta dalla gggente per 1.372,47 euro lorde. Ah, il gentismo, malattia infantile del populismo.

La barbarizzazione dei (presunti) romani

Il Pd si era dato come compito – all’alba del secondo governo Conte, in virtù di una presunta superiorità antropologica – la romanizzazione dei barbari

Il risultato, un anno dopo, è che il centrosinistra è stato egemonizzato culturalmente dal grillismo, come fra le altre cose dimostra la compartecipazione al terribile referendum del prossimo settembre sul taglio del numero dei parlamentari; taglio peraltro che ha ottime probabilità di essere confermato, con l’aria che tira, e non da ora (l’antipolitica, l’antiparlamentarismo e l’antipartitismo non si inventano in pochi mesi, alle spalle ci sono anni di esercizio strutturato).

Per anni il centrosinistra si è posto il problema di come fare a contrastare le sortite populiste. A un certo punto è arrivata la risposta: uno zelante scimmiottamento. Da questo punto di vista, dunque, non stupiscono le posizioni del Pd sul referendum, di cui peraltro non si parla abbastanza. Il Paese ha la testa altrove, tra contagi che risalgono e vacanze più o meno impaurite. 

Non è tuttavia un dettaglio ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. 

Per qualcuno sembrerà invece normale. Decenni di sortite anti casta hanno sortito l’effetto desiderato: pensare che la politica sia uno spreco, un costo da tagliare, da ridurre. Alla costruzione, nell’opinione pubblica, di un simile sentimento hanno contribuito giornali e partiti, come il M5s, che per anni ha campato politicamente con l’assalto ai politici fino a prendere il potere e aderire però al medesimo schema che veniva contestato. La forza del M5s resta, nonostante l’epoca d’oro del 32 per cento sia finita, perché prima di iniziare la parabola discendente ha fatto in tempo a contaminare il dibattito pubblico e a dettare l’agenda, piegando gli alleati più intimoriti alle proprie intenzioni. Il Pd, insomma, sul referendum e non solo, si è limitato ad andare a rimorchio.

Il Pd si è arreso al populismo, dica no al referendum”, ha scritto Giorgio Gori nel suo nuovo blog su Huffington Post, spiegando bene di cosa stiamo parlando: 

“Parliamo del provvedimento ‘bandiera’ del populismo a 5 stelle, benedetto dal populismo di destra e infine dall’intera aula di Montecitorio – con l’unica eccezione dei deputati di +Europa – in un impeto autolesionistico in cui, per sembrare dalla parte del popolo, per non rischiare un’oncia di consenso, la casta ha pensato bene di dichiarare guerra alla casta, accettando di descriversi come una banda di poltronari privilegiati mangia-pane-a-tradimento, il male assoluto da estirpare o quantomeno da amputare – diciamo del 30 per cento – in cambio di un risparmio che i grillini millantano superiore ai 500 milioni e l’Osservatorio Cottarelli ha quantificato in 57 milioni scarsi (lo 0,007 della spesa pubblica) e Sabino Cassese ha riportato alla sua concreta entità: parliamo di 1/7 del costo di uno solo dei novanta F35 che l’Italia si è impegnata a comprare”. 

La questione si potrebbe chiudere qui, invece no. Anche perché va ricordato che il Pd, dopo essersi opposto quando non era al governo, s’è infine arreso appena sono iniziate le trattative con i grillini per formare il nuovo esecutivo, spiegando ai propri elettori che, “vedrete, adesso arrivano i correttivi e una nuova legge elettorale, e tutto andrà bene”. 

I correttivi  però non sono arrivati e niente va bene. Sicché, il Pd ha smesso di parlare del referendum, a parte qualche caso isolato (come il sindaco di Bergamo). 

D’altronde, non bisogna disturbare il manovratore populista. 

Beppe Conte, il pater familias

Per settimane, anzi, mesi, il presidente del Consiglio – espressione di un partito che è arrivato al potere sostenendo che più della conoscenza e dell’esperienza conta l’onestà, eia eia alalà – ha fatto riferimento, per giustificare le sue scelte compiute durante l’emergenza sanitaria, ai tecnici e alla commissione scientifica: “Preso atto che…”, “tenuto conto di quanto detto da…”, “ascoltato il parere di…”. 

Foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica.

Nelle dichiarazioni pubbliche di Beppe Conte c’è sempre stato lo scudo del comitato tecnico scientifico e di tutto l’ordine sacerdotale. L’aspetto pittoresco, naturalmente, è che l’appello non al popolo ma agli scienziati lo abbia fatto l’esponente di un movimento che ha dissacrato, massacrato, irriso, sputtanato qualsiasi competenza scientifica a vantaggio della sontuosa (oltre il 32 per cento 2018, anche se sembra passato un secolo) crescita politica del M5s, ma possiamo per ora limitarci a una sonora risata. 

Con la pubblicazione dei verbali del comitato tecnico scientifico però si capisce bene che, ogni volta che Conte ha parlato citando comitati ed esperti, si stava facendo scudo di quei comitati, quegli esperti che fino a ieri erano stati trattati come una banda di truffatori del popolo dal partito che lo ha portato a Palazzo Chigi. Quei tecnici sono stati ostentati dal governo di fronte all’opinione pubblica, salvo poi non essere ascoltati in alcuni frangenti topici. 

Secondo i verbali del comitato, i tecnici proposero una “zona rossa” per Nembro e Alzano Lombardo: “Il comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”. Come ormai noto, il governo decise di non dare seguito alle raccomandazioni del comitato e in Val Seriana non ci fu alcuna “zona rossa”. L’esibizione degli esperti è dunque servita a giustificare decisioni importanti, come la chiusura di tutto il paese, mentre gli esperti dicevano di differenziare il territorio a seconda della diffusione dell’epidemia. 

Luciano Pellicani spiegò una volta a Marco Valerio Lo Prete che “il politico deve rispondere con i fatti alle sollecitazioni degli intellettuali, invece questi ultimi vorrebbero che stesse sempre lì ad ascoltarli. Il primato della politica vuol dire ‘decisione sovrana’. Poi i tecnici restano indispensabili per non perdere il contatto con ciò che oggi fa muovere il mondo, la triade mercato-scienza-tecnologia”.

Si dirà che Conte ha appunto ribadito il primato della politica assumendosi un rischio. Ha fatto bene? Ha fatto male? Non ho prove per dirlo. So solo che economie meno floride di quella lombarda sono state pesantemente colpite dagli effetti del lockdown totale, ma ci sarà modo di tornarci sopra. 

Per ora mi limito a sottolineare che le decisioni politiche comportano anche l’assunzione di responsabilità di fronte all’opinione pubblica, che ha il diritto di essere informata. Conte e i suoi invece hanno sempre preferito l’atteggiamento paternalista: i cittadini non sono persone che meritano di conoscere come il governo compia le sue scelte, ma i figli emotivi di una nazione al cui vertice c’è un pater familias che si prende la briga di rassicurare i pargoli.