L’eurodestra in assemblea – Un paragrafo di “Matteo Le Pen”

Nel 2016 partecipai al convegno “Più liberi, più forti!” a Milano con tutta l’eurodestra al completo. Fu molto utile per scrivere un paragrafo del mio libro su Matteo Salvini, “Matteo Le Pen. Che destra che fa“, uscito per Fandango nel 2016. Salvini a Pontida ha lanciato lo scorso fine settimana il progetto di una Lega delle Leghe, una sorta di super Lega sovranista. Un’idea che viene da lontano, come si capisce leggendo il brano che segue.

L’eurodestra in assemblea 

Ventotto gennaio 2016. A Milano sono appena sbarcati i compagni d’avventura di Salvini in Europa, per partecipare al convegno “Più liberi, più forti!”. Il sottotitolo è di quelli altermondialisti, quasi da no global: “Un’altra Europa è possibile”. Marine Le Pen cammina accanto all’altro Matteo, scortata e omaggiata come una diva. I giovani Padani gridano “Renzi scafista, sei il primo della lista”, sono i più rumorosi. Fuori dall’edificio, i centri sociali protestano, Salvini li chiama i “nazisti rossi”. Partecipa la meglio gioventù dell’eurodestra euroscettica, anti-immigrazione e anti-islamica. Ci sono Laurenţiu Constantin Rebega, di Iniţiatorul Mișcarii Forţa Naţională; Tomio Okamura di Spd, Janice Atkinson, Independent MEP per il South-East England; Michał Marusik, del Kongres Nowej Prawicy. Tom van Grieken del Vlaams Belang; Marcel de Graaf del PVV, Heinz-Christian Strache del Fpö. 

Più nascosti, però, ci sono anche emissari di Vladimir Putin, con cui Salvini da tempo ha ottimi rapporti. Se ne accorge Alessandro Da Rold di Lettera43. “C’erano infatti – scrive il cronista – pure i diplomatici russi Alexiehy Komov e Alexander Avdev tra il pubblico del congresso del gruppo europarlamentare ‘Europa delle nazioni e della libertà’, organizzato a Milano l’ultima settimana di gennaio dal segretario della Lega Nord Matteo Salvini e dalla leader francese del Front National Marine Le Pen. Quella dei due ambasciatori alla fiera milanese è stata una presenza discreta, ma di non poco conto. Non sono due personaggi qualsiasi del partito Russia Unita del regime- putiniano: il primo è incaricato all’Onu per la difesa della famiglia tradizionale, noto per le sue battaglie anti-gender; il secondo è stato scelto da Vladimir Putin nel 2013 per gestire le relazioni con il Vaticano”. A fare gli onori di casa è Gianluca Savoini, scrive Da Rold, “presidente dell’associazione culturale Lombardia Russia, giornalista professionista, nonché ‘ministro degli Esteri’ di Matteo Salvini, fidato consigliere in politica estera”. Non è la prima occasione in cui i leader putiniani vengono in Italia per incontrare Salvini. Qualche mese prima, sempre a Milano, Savoini aveva organizzato un convegno con alcuni membri del governo russo per creare contatti fra imprese italiane e imprese made in Russia. Ad ascoltare c’era anche Mario Borghezio, con i suoi ragazzi di CasaPound. 

Sul palco, i leader dell’eurodestra si alternano. Da Le Pen (“La crisi dei migranti ha svelato l’infamia di Schengen, mi rallegro di questa disgregazione”) a Tom Van Grieken, dello Vlaams Belang (che si è rivolto ai presenti chiamandoli “camerati”) a Marcel De Graaf, del Pvv olandese (“È meraviglioso essere qui in Padania”, e giù applausi e grida di “secessione”, “secessione”, “secessione”). 

Per la politica italiana è un fatto nuovo, dopo tanti abboccamenti. Nel 2014, Salvini era andato a Lione per partecipare al congresso del Front National, indossando una delle sue t-shirt con la scritta no-euro. “Aspettando Salvini, sia l’anziano patriarca Jean-Marie, sia la figlia ormai leader indiscussa e senza concorrenti, Marine, in- censano il capo della Lega e ne esaltano le gesta”, scriveva La Stampa. “Da lungo tempo, infatti, il Front National non aveva un contraltare italiano così vicino alle sue posizioni prioritarie, fuori dall’euro e stop all’immigrazione. Non era stato così con Gianfranco Fini e Alleanza Nazionale, giudicati troppo moderati nella loro evoluzione. Timidi approcci ma niente più con il M5s di Beppe Grillo. Assolutamente negativi i rapporti con Silvio Berlusconi. Adesso, la nuova Lega di Salvini sembra incontrare i favori dei seguaci dei Le Pen”. Marine diceva di essere “in estasi” davanti all’energia e alla straordinaria “capacità di lavorare e di convincere” di Matteo Salvini: “È un uomo estremamente coraggioso ha impresso una svolta nazionale che domani rimetterà la Lega Nord al centro della vita politica italiana. Lui primo ministro? Perché no?”. 

Ma la vera svolta è il convegno milanese, osserva Ugo Magri sulla Stampa. “Da ieri, il ‘lepenismo’ ce l’abbiamo in casa. La Lega si propone come ‘dépendance’ italiana del Front National francese, un partito capace di raggiungere il 30 per cento alle ultime elezioni amministrative d’Oltralpe. Nulla autorizza a ritenere che Salvini sarà in grado di eguagliare simili ‘exploit’: per il momento, Matteo li insegue al massimo col binocolo. Secondo certi sondaggisti, ha già dato il meglio (o il peggio, dipende). Eppure la svolta maturata ieri nel raduno a Milano degli euroscettici dovrebbe allarmare, come si sarebbe detto un tempo a sinistra, tutti i sinceri democratici. Perché il partito lepenista italiano, che nasce sulle ceneri della Lega, surferà le ansie collettive con più spregiudicatezza e tanto maggiore cinismo di quanto erano capaci i vecchi personaggi della conservazione italiana, da Bossi allo stesso Berlusconi”. 

Le parole di Geert Wilders, fondatore del Partito per la Libertà olandese, chiariscono meglio il concetto. “Sono contento di essere a Milano, perché è la città in cui nel 2005 è stato assegnato a Oriana Fallaci il massimo premio cittadino, l’Ambrogino d’oro. E se lo meritava, perché è stata una delle giornaliste più coraggiose.” Wilders ha spiegato che il libro La rabbia e l’orgoglio lo ha ispirato a fondare il suo partito, che dopo 12 anni è il più importane dei Paesi Bassi”. Con Salvini condivide una stessa visione sull’Islam. Secondo il segretario della Lega, “l’Islam di oggi che interpreta alla lettera il Corano è incompatibile con la libertà conquistata dai popoli occidentali”. Anche per il capo del Pvv, “il vero Islam, Islam del Corano, non è compatibile con la nostra libertà”. “Sono convinto che l’Islam sia una minaccia. Anche il mio partito è comunque per la distinzione fra ideologia e persona, tutti i musulmani che rispettano le nostre leggi mai li costringeremo a lasciare il nostro paese e li tratteremo come tutti”. 

Insomma, come si capisce, i populismi di destra sono fiorenti, bellicosi, vincenti, offrono certezze che altri non possono mantenere. Danno risposte precise a problemi molto concreti, come il tema della sicurezza, in un’epoca nella quale tutto è liquido; la politica, la società, la guerra. L’avanzata di Marine Le Pen alle elezioni regionali francesi del dicembre scorso, nonostante la sconfitta ai ballottaggi, va in questa direzione. Il Front National rappresenta una risposta a quella “nostalgia della politica”, come l’ha chiamata lo storico Giovanni Orsina sulla Stampa, largamente diffusa nell’elettorato non solo transalpino. Ci sono generazioni e fasce sociali di esclusi della globalizzazione chiamati in causa da quel voto francese, e sottovalutarlo – giornalisticamente e politicamente – sarebbe un errore. Matteo Salvini ha cercato di intestarsi la sera stessa una vittoria per interposta Le Pen. Ma mentre Marine non ha un problema di identità – né politico né tantomeno geografico – la Lega Nord di Salvini sembra essere distante dalla maturità politica lepenista. Il Front National ha risolto la questione della leadership, variabile centrale nel caso di un movimento a guida dinastica come quello, quando al congresso di Tours del 15 e 16 gennaio 2011 Marine ha conquistato la presidenza del partito, chiudendo – scrive Nicola Genga nel Front National da Jean-Marie a Marine Le Pen. La destra nazional-populista in Francia (Rubbettino) – “una fase di transizione lunga oltre un decennio, iniziata alla fine degli anni ’90 con la sfida di Mégret alla leadership di Jean-Marie Le Pen e messa solo tra parentesi dall’exploit di quest’ultimo alle presidenziali del 2002”. È un fronte nazionale, appunto, quello della Le Pen, non geopoliticamente orientato alla tutela della Padania, per quanto il leghista Matteo Salvini voglia rivedere l’autonomismo padano, rivendicando autonomia non più da Roma ma dagli orridi burocrati di Bruxelles. Una questione che sarà risolta, se, al prossimo congresso della Lega, Salvini rivedrà l’articolo 1 dello statuto sull’indipendenza della Padania. Prospettiva, come abbiamo visto in precedenza, quantomai lontana al momento. Come può un movimento che vuole essere nazionale mantenere un’identità locale e localista? Sì, c’è l’esperimento di Noi Con Salvini per sfondare nel Mezzogiorno, ma evidentemente non basta, anzi è largamente insufficiente, anche se vorrebbe scimmiottare il Rassemblement Blue Marine lanciato in Francia nel maggio 2012, che coinvolgeva organizzazioni come Souveraineté, indépendance et libertés (Siel) di Paul-Marie Coûteaux e Entente républicaine di Jacques Peyrat, insieme a candidati indipendenti come l’avvocato Gilbert Collard e Jean- Yves Narquin. La Le Pen ha costruito un movimento influente nella società francese, fuggendo dai rischi “del gruppuscolarismo mortale e del settarismo aggressivo”, come ha detto una volta, spostando l’attenzione dal centro alle periferie ha conquistato voti degli indignados contrari alle oligarchie. “Domenica, il popolo francese ha fatto vacillare l’oligarchia, le sue certezze, la sua indiffe- renza, la sua arroganza”, disse fra il primo e il secondo turno delle regionali la Le Pen, riproponendo la chiave di lettura dello scontro fra centro e periferia, fra emarginati e iper-garantiti. Laddove si dimostra che le linee di frattura fra destra e sinistra potrebbero essere sostituite – anche se Le Pen e soci dicono che questo è già avvenuto – da nuove articolazioni, come quelle fra popolo ed élite. 

E poi c’è la questione dell’identità: che cosa vuol essere la Lega oggi? Dopo aver attraversato la fase LegaPound, Salvini ha riunito in piazza, a Bologna, nel novembre 2015 il centro destra senza le bandiere con la tartaruga, che lo avevano accompagnato in altre circostanze, a Roma e a Milano. La Le Pen sembra aver già fatto i conti con quella storia, come scrive Genga, “in generale, nel nuovo corso frontista (di Marine, ndr) si registra una graduale discontinuità nelle prese di posizione ufficiali su questioni stori- che quali il collaborazionismo, il regime di Pétain e il passato coloniale della Francia. Gli accenti della strategia di rispettabilizzazione marinista si colgono ante litteram nel discorso di Valmy, con cui il 20 settembre del 2006 Jean-Marie Le Pen inaugura la sua ultima campagna pre- sidenziale. Il testo, ispirato da Marine Le Pen con il contributo di membri del Fn (Jean-François Touzé e Philippe Péninque) e del ‘rossobruno’ Alain Soral, commemora la battaglia combattuta nel 1792 dalla Francia contro i prus- siani come ‘ultima vittoria della Monarchia, prima vittoria della Repubblica’. Nelle parole di Le Pen si legge l’intenzione di riconciliare i valori rivoluzionari con la destra nazionale, per contribuire al superamento definitivo del retaggio legittimista e recepire un’idea di Repubblica ‘fiera della sua storia e assimilatrice, rispettosa della libertà e at- tenta agli umili, e più di ogni altra cosa appassionata alla giustizia e all’eguaglianza, quella della Repubblica descritta nella nostra Costituzione: laica, democratica e sociale’”. L’assunzione del patrimonio costituzionale, del trittico del 1789 “non più emendato dell’égalité e dell’idea di laicità maturata nella Terza Repubblica paiono segnali della volontà di rompere definitivamente con un passato parafascista ritenuto compromettente. Questa linea verrà perseguita da Marine attraverso l’emarginazione dal partito dei giovani nazillons dalla testa rasata e, dopo il con- gresso di Tours, con l’allontanamento dei pétainisti vicini a Bruno Gollnisch”. 

Come osserva Antonio Rapisarda, che conosce bene le dinamiche del Front National, autore del recente All’armi siam leghisti (Wingsbert House), “il Front National ha stravinto il primo turno perché: non parla di ‘rifare il centro destra’; non parla di diritti civili; non confonde cultura libertaria con politiche libertarie; vuole confini, dazi, blocco immigrazione massiva, diritti sociali, sovranità e indipendenza dall’Ue”. Nel fare tutto questo, assimila i valori repubblicani, che derivano dall’appartenenza allo Stato francese, ma è molto chiara nello stabilire l’orizzonte entro cui muoversi. 

Salvini, a differenza della Le Pen, ha un competitor in casa propria nella sfida per la leadership – se così si può dire – del fronte populista (definizione che adottiamo in termini puramente avalutativi). Si tratta di Beppe Grillo, il capo dell’anticasta, un terreno di scontro oggi contendibile; massima espressione della liquidità della società, in cui la nostalgia della politica si potrebbe tramutare – secondo la narrazione populista – nella peggiore delle ipotesi, in una guerra fra gli ultimi e i penultimi. Con cui fare i conti.