I mitomani dell’Internet e del M5s

Lo scrittore Sandro Veronesi in un tweet dice quello che c’è da dire sui Cinque stelle alle prese con i loro infantili esercizi di scrittura, da Alessandro Di Battista in giù.

Veronesi fa riferimento all’intervista di Paolo Virzì al Foglio, nella quale il regista descriveva la

miseria umana di Alessandro Di Battista, il peggior scrittore del mondo. A Hollywood danno non solo gli Oscar per i film più belli ma anche i Razzie Award per quelli più brutti. Ecco, se ne esistesse uno per la scrittura lo vincerebbe Di Battista, con la sua prosa a metà fra la retorica adolescenziale e il narcisismo patologico e mitomane, senza un briciolo di controllo, senza l’ombra di ironia, di consapevolezza del tono: il vuoto totale. Il video dove con la fidanzata annuncia la restituzione della liquidazione è un capolavoro di melensaggine fasulla, fa ridere ma mette anche i brividi per il cattivo gusto.

Il problema è che Internet è grande, ma i social media hanno dato voce anche ai mitomani. E i mitomani di questi tempi pensano non solo che uno valga uno ma che uno valga l’altro.

Vedi Claudio Messora, che sfida Roberto Burioni a duello.

Luigi Di Maio, nella sua sparata quotidiana in competizione con Matteo Salvini, vuole dare mezz’ora di Internet gratis per tutti. Ecco, qui c’è uno che ha appena consumato tutti i minuti per l’intera popolazione in un colpo solo.

Fievel Dibba sbarca in America

Scrivere l’epica quotidiana della decrescita, soprattutto applicata a se stessi, è un mestiere complicato. Non fosse altro perché ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa. Prendete Alessandro Di Battista, che prima ha scritto un libro sull’essere babbo come se fosse il primo babbo della storia dell’umanità e poi, forte dell’epica applicata ai pannolini, si è lanciato nel viaggio sudamericano con cui da settimane ci sfracella i cosiddetti, a colpi di video in cui riesce a parlare solo di soldi e di scontrini, di scontrini e soldi.

Paolo Virzì in questi giorni ha dato una efficace definizione di Di Battista, neo-collega del Fatto Quotidiano, reporter sans frontieres ma soprattutto senza senso del ridicolo:

Il peggior scrittore del mondo. A Hollywood danno non solo gli Oscar per i film più belli ma anche i Razzie Award per quelli più brutti. Ecco, se ne esistesse uno per la scrittura lo vincerebbe Di Battista, con la sua prosa a metà fra la retorica adolescenziale e il narcisismo patologico e mitomane, senza un briciolo di controllo, senza l’ombra di ironia, di consapevolezza del tono: il vuoto totale. Il video dove con la fidanzata annuncia la restituzione della liquidazione è un capolavoro di melensaggine fasulla, fa ridere ma mette anche i brividi per il cattivo gusto.

Per capirlo basta leggere l’accozzaglia di sciocchezze contenute nei suoi libelli, nei quali spaccia per verità rivelate e scoperte irresistibili le sue esperienze di “vita vissuta”. Come appunto la paternità e i viaggi a San Francisco, che come noto sono due sue invenzioni. Stamani ha pubblicato su Facebook l’anticipazione di qualcosa che temo leggeremo nei prossimi giorni.

Sono seduto in fondo ad un autobus della Greyhound ed ho mio figlio addosso. Sono le 3 del mattino e Sahra dorme. Andrea sta molto bene è cullato dal bus e sta sempre in braccio. E’ felice, è un bambino fortunato perchè sta sempre con i suoi genitori. Sono convinto che tutto quello che stiamo facendo per lui, e penso anche ad alcune rinunce, sia come una semina. Presto raccoglieremo quel che stiamo seminando. Viaggio, leggo e parlo con le persone. Ho visitato Tesla e Facebook. Facebook è un mondo a parte. Anche se accoglie i visitatori sembra un club esclusivo. In FaceBook vengono garantiti ai dipendenti quei diritti che al 99% degli americani sono preclusi. Seduto in questo bus penso al mondo e a quanto tutto sia diverso da una parte all’altra. Se penso alla povertà in Congo penso a uomini, donne e bambini denutriti. Qui in California la povertà va a braccetto con la malnutrizione più che con la denutrizione. A San Francisco, nei quartieri alti, c’è gente “in forma”. Fanno ore di fila per mangiare nei ristoranti biologici più alla moda, leggono le etichette dei prodotti al supermercato come fossero i bugiardini dei medicinali. Hanno denaro per comprare il cibo più sano e da queste parti costa parecchio. L’esatto opposto delle persone che stanno viaggiando con noi su questo bus. Potevamo affittarci una macchina, magari un van, sarebbe stato più comodo con gli zaini e il passeggino che portiamo con noi. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Abbiamo scelto i mezzi pubblici perché sono uno spaccato di mondo. In questo bus, il più economico che c’è per andare da San Francisco a Los Angeles, ci sono le persone più sovrappeso che abbiamo incontrato. Molti sono obesi. Mezz’ora fa abbiamo fatto una pausa in un autogrill. Io ho comprato dell’acqua, gli altri passeggeri si sono fiondati a comprare hot-dog, caramelle di ogni tipo, patatine fritte dai sapori più impensabili, enormi quantità di bibite gassate. E’ assurdo, costano meno dell’acqua. Molti di loro sembravano, passatemi il termine, in crisi di astinenza. Da queste parti si parla spesso di “sugar addiction”: dipendenza dallo zucchero. Molti ne sono affetti. Più sei povero e più ne soffri, più sei povero e più mangi merda e ti ammali. Siamo rientrati nel bus. Ognuno avrà speso i suoi 4/5 dollari assicurandosi una buona dose di zucchero. Da queste parti i più poveri sono spesso anche i più grassi, perché mangiano male, sono spinti a mangiare male. La malnutrizione è direttamente proporzionale al basso livello di istruzione. E’ un circolo vizioso che tende ad alimentarsi. Le malattie cardio-vascolari, molte delle quali legate all’alimentazione, uccidono molti americani. In alcuni paesi si sta pensando di tassare ulteriormente le bevande gassate per proteggere i cittadini dall’abuso. In Messico questa misura sembra abbia ridotto il consumo di bevande zuccherine del 7,9%. Tra una settimana attraverseremo il confine. Ci stiamo avvicinando al Guatemala, la mia seconda casa e non vedo l’ora di portare Andrea e Sahra nella comunità che mi ha avvicinato alla Politica, quella con la P maiuscola.

Un trionfo di retorica e di luogocomunismo.

Dibba mi ricorda quelli che vanno in vacanza in un posto stra-conosciuto e sembra che l’abbiano scoperto loro.

Dibba s’incazza perché c’è gente che gli chiede «chi ti paga?»

Alessandro Di Battista, neo-collega del Fatto Quotidiano, già parlamentare agit-prop del M5s, si è piuttosto indispettito. Dice che la gente è troppo interessata a come fa e spende i suoi soldi adesso che è volato in America, dice anche che questi sono fatti suoi. Insomma la nemesi del «Chi ti paga?»: anni e anni passati a inseguire politici con il microfono fuori dal Parlamento e con la tastiera su Twitter si ritorcono contro uno dei principali volti del tribalismo gentista. Mercoledì 13 giugno si è collegato in diretta Facebook per ricordarci ancora una volta che dal 29 maggio è in missione per conto di dio Travaglio, per cui sta scrivendo un primo reportage, e per difendersi dalle accuse di essere a zonzo a fare la bella vita con i soldi di Berlusconi per interposta casa editrice. Dibba, che ha improvvisamente riscoperto le virtù del privato, dice che non è «minimamente tenuto a dare certe informazioni». «Il modo in cui io campo – e campo con la mia famiglia – lo dico in maniera molto istituzionale, non essendo io più un pubblico ufficiale, sono cazzi miei. Non so se sia chiaro. Sono cazzi miei e soltanto miei il modo in cui mi guadagno da vivere». 

A parte il fatto che Dibba continua a essere un personaggio pubblico e a far politica, visto che recentemente aveva pure annunciato l’intenzione di rientrare in Italia per candidarsi di nuovo qualora fossimo tornati a elezioni a settembre, ecco a parte questo, il cittadino Dibba è l’esponente di primo piano di un partito che non ha mai distinto il privato dal pubblico, che ha titillato gli istinti più bassi della gente alimentando una cultura del sospetto letale, i cui danni resteranno anche quando Di Maio e i suoi non saranno più al governo. Per anni Dibba e i suoi hanno parlato soltanto di soldi e scontrini con una retorica insopportabile. Perché Dibba si stupisce e si adonta se adesso c’è chi gli chiede «chi ti paga?».