La cultura del piagnisteo di Lega e Cinque stelle

Matteo Salvini dice che i media sono contro il governo e che non s’è mai visto un tale dispiegamento di forze contro chi è a Palazzo Chigi.

Alessandro Di Battista si lamenta perché la gente si interessa troppo ai suoi soldi e non va bene, aggiunge, perché come li fa e li spende sono solo cazzi suoi.

Virginia Raggi dice che ce l’hanno tutti con lei perché è donna, del M5s e “scomoda”.

Sarà pure il “governo del cambiamento” ma intanto Cinque stelle e Lega assorbono e istituzionalizzano qualcosa di parecchio vecchio: la cultura del piagnisteo.

Dibba s’incazza perché c’è gente che gli chiede «chi ti paga?»

Alessandro Di Battista, neo-collega del Fatto Quotidiano, già parlamentare agit-prop del M5s, si è piuttosto indispettito. Dice che la gente è troppo interessata a come fa e spende i suoi soldi adesso che è volato in America, dice anche che questi sono fatti suoi. Insomma la nemesi del «Chi ti paga?»: anni e anni passati a inseguire politici con il microfono fuori dal Parlamento e con la tastiera su Twitter si ritorcono contro uno dei principali volti del tribalismo gentista. Mercoledì 13 giugno si è collegato in diretta Facebook per ricordarci ancora una volta che dal 29 maggio è in missione per conto di dio Travaglio, per cui sta scrivendo un primo reportage, e per difendersi dalle accuse di essere a zonzo a fare la bella vita con i soldi di Berlusconi per interposta casa editrice. Dibba, che ha improvvisamente riscoperto le virtù del privato, dice che non è «minimamente tenuto a dare certe informazioni». «Il modo in cui io campo – e campo con la mia famiglia – lo dico in maniera molto istituzionale, non essendo io più un pubblico ufficiale, sono cazzi miei. Non so se sia chiaro. Sono cazzi miei e soltanto miei il modo in cui mi guadagno da vivere». 

A parte il fatto che Dibba continua a essere un personaggio pubblico e a far politica, visto che recentemente aveva pure annunciato l’intenzione di rientrare in Italia per candidarsi di nuovo qualora fossimo tornati a elezioni a settembre, ecco a parte questo, il cittadino Dibba è l’esponente di primo piano di un partito che non ha mai distinto il privato dal pubblico, che ha titillato gli istinti più bassi della gente alimentando una cultura del sospetto letale, i cui danni resteranno anche quando Di Maio e i suoi non saranno più al governo. Per anni Dibba e i suoi hanno parlato soltanto di soldi e scontrini con una retorica insopportabile. Perché Dibba si stupisce e si adonta se adesso c’è chi gli chiede «chi ti paga?».   

Nogarin cancella il post contro il governo

Ferma presa di posizione su Facebook del sindaco di Livorno Filippo Nogarin, che si schiera contro il governo sul caso Aquarius. Peccato poi che abbia cancellato il post.

Update delle 13:00

Nogarin: «È una posizione mia personale come sindaco della città. Dal momento in cui mi sono reso conto che questa cosa poteva creare dei problemi al governo mi è sembrato corretto rimuovere il post. Però quella rimane la mia posizione».

Quelli che s’adontano

Oh, c’è un partito fondato da un comico che ha fatto fortuna in politica gridando vaffanculo.

Adesso che vertici e sostenitori di questo partito sono al governo non reggono l’ironia, non hanno il senso del ridicolo né del tragico e s’indignano perché c’è chi li critica. S’adontano con tono affettato e fingono di difendere le istituzioni che per anni hanno delegittimato distribuendo patenti di moralità, dando di ladri e servi a chiunque non avesse un cappio in mano pronto ad avvolgerlo attorno al collo delle famigerate “élite” (qualunque cosa voglia dire oggi questa parola).

Zone rosse che non lo sono (più)

Esistono ancora le “zone rosse”? L’Istituto Cattaneo, specializzato in analisi elettorali, dice di no. E non da ora, peraltro. Lo ha certificato il voto di marzo, scrive in un suo recente rapporto. “Il Pd perde il primato nel controllo dei consensi della ‘zona rossa’ e la coalizione di centro-sinistra nel suo insieme subisce il sorpasso del centro-destra. L’unica regione dove la tendenza è meno marcata rispetto a quella appena delineata è la Toscana, dove il Pd continua ad essere il partito più votato, nonostante una perdita di consensi di oltre 200 mila voti (rispetto al 2013)”. 
La Toscana è insomma diventata la riserva indiana del centrosinistra. Viene da chiedersi ancora per quanto. “Con il voto del 2018 – scrive ancora l’Istituto Cattaneo – viene definitivamente meno la caratterizzazione monocromatica delle ‘regioni rosse’ e si delinea uno scenario ‘multi-colore’ dove prevale la contendibilità del voto e l’imprevedibilità degli esiti elettorali. In netta controtendenza rispetto al passato, le ‘regioni rosse’ sono diventate oggi l’area geo-politica caratterizzata da maggiore competizione e dove il mercato elettorale è più incerto, mentre al centro-nord e al centro-sud risultano prevalenti rispettivamente la coalizione di centro-destra e il Movimento 5 stelle”. 
Naturalmente un conto sono le elezioni politiche un altro conto sono le amministrative, ma oggi si vota in tre città importanti della Toscana (Siena, Pisa e Massa) e le prime due hanno una valenza politica incontrovertibile. Siena è la città che brucia. Ha bruciato capitali bancari e dilapidato un patrimonio sociale enorme: squadre di basket, di calcio, associazioni culturali. Ha avuto ai vertici delle sue istituzioni – politiche e bancarie – gruppi dirigenti arroganti che pensavano di poter vivere e far vivere i senesi al di sopra dei propri mezzi. Il Pd si presenta alla sfida versione Tafazzi: ha un sindaco al primo mandato, Bruno Valentini, e ha tentato in ogni modo di ostacolarlo. Per mesi non sono mancati attacchi dentro il Pd, soprattutto da parte dei renziani, come a dimostrare la peculiarità di una città in cui l’unica opposizione possibile è quella di chi governa, che recita due parti in commedia: il potere e il contro-potere. L’assenza dalla competizione elettorale del M5s, “squalificato” dai suoi stessi vertici con l’incomprensibile mancata certificazione delle sue liste, ha dato più possibilità agli oppositori interni: a qualcuno, d’altronde, dovranno pur andare quei 6 mila voti che il M5s ha a Siena. A Pisa le divisioni del centrosinistra, unite a problemi di sicurezza, potrebbero regalare la città al centrodestra. Anche lì il Pd le ha provate di tutte per riuscire a farsi male: il partito ha lanciato le primarie per tentare di bloccare la candidatura dell’ex assessore Andrea Serfogli, ma nessuno si è presentato e Serfogli è stato candidato. A Pisa il M5s è tagliato fuori dalla corsa anche se, a differenza di Siena, si presenta alle elezioni. 
“In Toscana vediamo arrivare adesso quello che altrove c’è stato due anni fa”, dice Lorenzo Guerini. È insomma arrivato il momento del centrodestra anche in Toscana. Per anni l’opposizione di Forza Italia è stata sterilizzata. Qui Berlusconi non ha mai potuto incidere nelle campagne elettorali perché la sua presenza ricompattava gli antiberlusconiani. Ora però il Cav. è debole, ha perso le elezioni politiche, doveva essere l’argine al populismo e s’è fatto fregare da Matteo Salvini. Il centrodestra a guida “sovranista” (Lega e Fratelli d’Italia) ha davanti a sé una prateria, anche in Toscana. Il Pd invece non si capisce che cosa abbia davanti a sé. Nelle ultime settimane c’è stato un ulteriore ripiegamento del “Giglio magico”, che dopo la sconfitta del 4 marzo s’è rifugiato nella ridotta fiorentina. Persino l’armonia interna ai renziani s’è rotta. Il sindaco Dario Nardella viene visto come troppo autonomo e la tentazione di “commissariarlo” in vista delle amministrative del prossimo anno circola negli ambienti parlamentari. Dopo la divisione in renziani e antirenziani, insomma, il Pd è definitivamente arrivato a quella in renzianissimi e diversamente renziani. Quanto tutto questo serva a riconquistare il governo e/o a non perdere il poco che resta (come la Regione fra un paio d’anni) è tutto ancora da capire.