Ma perché uno si deve vergognare se ha la scorta?

Sonia Toni, ex moglie di Beppe Grillo, si scandalizza perché sostiene di aver visto Walter Veltroni in compagnia della scorta a Rimini. L’ex segretario del Pd le risponde civilmente: peccato che io non abbia più una scorta.

A quel punto la signora Toni, anziché scusarsi, dice che il “misunderstanding” è “forse” colpa della stazza di chi stava accompagnando Veltroni. Un capolavoro di demagogia. 

Ma se anche Veltroni avesse avuto la scorta?

Da quando è una colpa ed è diventato motivo di vergogna?

Zero tituli per i no euro

Borghi e Bagnai, i Sussi e Biribissi della Lega, presidenti della commissione bilancio e finanze (il primo alla Camera, il secondo al Senato). Premio di consolazione per non aver avuto ruoli di governo. Peggior contrappasso non ci poteva essere: dovranno fare i conti in euro.

A Paolo Savona tolgono pure la delega sul bilancio Ue.

Tria rivendica continuità con le politiche adottate in passato.

Padoan elogia Tria.

Ma che fine hanno fatto tutti gli anti euro che gridavano al golpe? Non la organizzano una bella marcetta contro il governo?

Il frame di Salvini

Adesso va di moda dire che non si deve dare spazio alle sparate di Matteo Salvini perché così gli si fa pubblicità, non so in base a quale brillante intuizione di comunicazione politica. Uno dei problemi di oggi è che non si distingue più niente e nessuno fa il suo mestiere. 

Non siamo tutti attori politici, preoccupati di assorbire il “frame” dell’avversario, anche se in giro ci sono troppi che si credono spin doctor in campagna elettorale permanente.

Il problema non è dare conto di quel che dice il ministro dell’Interno ma raccontarlo, analizzarlo e decostruirlo. Detta lui l’agenda politica? Sicuramente, ma è un problema dei partiti politici e dei suoi avversari. 

Chi vuole tenere Oleg Sentsov in galera

Oleg Sentsov è un regista ucraino. È stato condannato a 20 anni per “terrorismo” ed è detenuto in una prigione in Siberia, ma in realtà ha soltanto protestato contro l’invasione della Crimea da parte della Russia guidata da quel sincero democratico di Vladimir Putin.

Da oltre un mese sta facendo lo sciopero della fame, per protesta. Il 14 giugno, giorno di inizio dei Mondiali in Russia (e 32 esimo giorno di sciopero di Sentsov), il Parlamento europeo ha votato una risoluzione nella quale i deputati «chiedono alle autorità russe di liberare immediatamente e incondizionatamente il regista ucraino Oleg Sentsov e oltre 70 cittadini ucraini detenuti illegalmente in Russia e nella penisola della Crimea».

Su 627 deputati, 485 hanno votato a favore, 76 contro e 66 si sono astenuti. Se scorrete la lista degli europarlamentari e guardate come hanno votato, potete vedere che diversi italiani hanno espresso il loro “No” alla risoluzione che chiedeva la liberazione di Sentsov e degli altri prigionieri. Con un particolare interessante: insieme ai soliti leghisti che non vogliono mai creare dispiaceri allo Zar, tra cui Mario Borghezio, ci sono anche i deputati della lista Tsipras, Curzio Maltese e Barbara Spinelli. Eh già, proprio loro. 

 

La neolingua di Lega e M5s

Urge attrezzarsi con questa nuova compagine governativa e parlamentare. Vanno capiti, decrittati, tradotti. Come osserva Ferdinando Giugliano, editorialista di Bloomberg, serve una guida alla “neolingua economica”, forgiata da Borghi & Bagnai, i Sussi e Biribissi della politica italiana. Anzitutto, la “flat tax” non è flat, perché le aliquote sono due, da 15 e 20 per cento, il reddito di cittadinanza non è di cittadinanza ma un reddito minimo condizionato, con la decantata flessibilità s’intende in realtà indebitamento, la pace fiscale è un condono e chiedere “maggiori risorse alla Ue” si traduce con più deficit.

Insomma, questi marziani arrivati al governo vanno compresi bene. Così come va compreso bene il linguaggio vittimista di Alessandro Di Battista, che è alla ricerca del reddito di cittadinanza universale e se n’è volato in Sudamerica con la famiglia. Da qualche giorno Dibba ha riscoperto le virtù del privato ed è parecchio indispettito perché la gente è troppo interessata a come fa e spende i suoi soldi adesso. Dice che questi sono fatti suoi. “Il modo in cui io campo – e campo con la mia famiglia – lo dico in maniera molto istituzionale, non essendo io più un pubblico ufficiale, sono cazzi miei. Non so se sia chiaro. Sono cazzi miei e soltanto miei il modo in cui mi guadagno da vivere”.

Anni e anni passati a inseguire politici con il microfono fuori dal Parlamento e con la tastiera su Twitter si ritorcono contro uno dei principali volti del tribalismo gentista. Sicché non si capisce perché Dibba si stupisca se adesso la gente gli chiede “chi ti paga?”. Ma per gli estensori della neolingua, non solo economica, queste sono domande che si possono fare solo agli avversari.

Fievel Dibba sbarca in America

Scrivere l’epica quotidiana della decrescita, soprattutto applicata a se stessi, è un mestiere complicato. Non fosse altro perché ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa. Prendete Alessandro Di Battista, che prima ha scritto un libro sull’essere babbo come se fosse il primo babbo della storia dell’umanità e poi, forte dell’epica applicata ai pannolini, si è lanciato nel viaggio sudamericano con cui da settimane ci sfracella i cosiddetti, a colpi di video in cui riesce a parlare solo di soldi e di scontrini, di scontrini e soldi.

Paolo Virzì in questi giorni ha dato una efficace definizione di Di Battista, neo-collega del Fatto Quotidiano, reporter sans frontieres ma soprattutto senza senso del ridicolo:

Il peggior scrittore del mondo. A Hollywood danno non solo gli Oscar per i film più belli ma anche i Razzie Award per quelli più brutti. Ecco, se ne esistesse uno per la scrittura lo vincerebbe Di Battista, con la sua prosa a metà fra la retorica adolescenziale e il narcisismo patologico e mitomane, senza un briciolo di controllo, senza l’ombra di ironia, di consapevolezza del tono: il vuoto totale. Il video dove con la fidanzata annuncia la restituzione della liquidazione è un capolavoro di melensaggine fasulla, fa ridere ma mette anche i brividi per il cattivo gusto.

Per capirlo basta leggere l’accozzaglia di sciocchezze contenute nei suoi libelli, nei quali spaccia per verità rivelate e scoperte irresistibili le sue esperienze di “vita vissuta”. Come appunto la paternità e i viaggi a San Francisco, che come noto sono due sue invenzioni. Stamani ha pubblicato su Facebook l’anticipazione di qualcosa che temo leggeremo nei prossimi giorni.

Sono seduto in fondo ad un autobus della Greyhound ed ho mio figlio addosso. Sono le 3 del mattino e Sahra dorme. Andrea sta molto bene è cullato dal bus e sta sempre in braccio. E’ felice, è un bambino fortunato perchè sta sempre con i suoi genitori. Sono convinto che tutto quello che stiamo facendo per lui, e penso anche ad alcune rinunce, sia come una semina. Presto raccoglieremo quel che stiamo seminando. Viaggio, leggo e parlo con le persone. Ho visitato Tesla e Facebook. Facebook è un mondo a parte. Anche se accoglie i visitatori sembra un club esclusivo. In FaceBook vengono garantiti ai dipendenti quei diritti che al 99% degli americani sono preclusi. Seduto in questo bus penso al mondo e a quanto tutto sia diverso da una parte all’altra. Se penso alla povertà in Congo penso a uomini, donne e bambini denutriti. Qui in California la povertà va a braccetto con la malnutrizione più che con la denutrizione. A San Francisco, nei quartieri alti, c’è gente “in forma”. Fanno ore di fila per mangiare nei ristoranti biologici più alla moda, leggono le etichette dei prodotti al supermercato come fossero i bugiardini dei medicinali. Hanno denaro per comprare il cibo più sano e da queste parti costa parecchio. L’esatto opposto delle persone che stanno viaggiando con noi su questo bus. Potevamo affittarci una macchina, magari un van, sarebbe stato più comodo con gli zaini e il passeggino che portiamo con noi. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Abbiamo scelto i mezzi pubblici perché sono uno spaccato di mondo. In questo bus, il più economico che c’è per andare da San Francisco a Los Angeles, ci sono le persone più sovrappeso che abbiamo incontrato. Molti sono obesi. Mezz’ora fa abbiamo fatto una pausa in un autogrill. Io ho comprato dell’acqua, gli altri passeggeri si sono fiondati a comprare hot-dog, caramelle di ogni tipo, patatine fritte dai sapori più impensabili, enormi quantità di bibite gassate. E’ assurdo, costano meno dell’acqua. Molti di loro sembravano, passatemi il termine, in crisi di astinenza. Da queste parti si parla spesso di “sugar addiction”: dipendenza dallo zucchero. Molti ne sono affetti. Più sei povero e più ne soffri, più sei povero e più mangi merda e ti ammali. Siamo rientrati nel bus. Ognuno avrà speso i suoi 4/5 dollari assicurandosi una buona dose di zucchero. Da queste parti i più poveri sono spesso anche i più grassi, perché mangiano male, sono spinti a mangiare male. La malnutrizione è direttamente proporzionale al basso livello di istruzione. E’ un circolo vizioso che tende ad alimentarsi. Le malattie cardio-vascolari, molte delle quali legate all’alimentazione, uccidono molti americani. In alcuni paesi si sta pensando di tassare ulteriormente le bevande gassate per proteggere i cittadini dall’abuso. In Messico questa misura sembra abbia ridotto il consumo di bevande zuccherine del 7,9%. Tra una settimana attraverseremo il confine. Ci stiamo avvicinando al Guatemala, la mia seconda casa e non vedo l’ora di portare Andrea e Sahra nella comunità che mi ha avvicinato alla Politica, quella con la P maiuscola.

Un trionfo di retorica e di luogocomunismo.

Dibba mi ricorda quelli che vanno in vacanza in un posto stra-conosciuto e sembra che l’abbiano scoperto loro.

Dinamitardi che non lo erano

Grillo dice che il famigerato Bilderberg è una bocciofila.

Di Battista si incazza perché c’è gente che gli chiede “chi ti paga?”.

Bonafede dice che non ci sta a finire nel tritacarne mediatico e minaccia querele.

Erano dinamitardi fino a ieri.

Aveva ragione Longanesi: «La rivoluzione in Italia non si può fare perché ci conosciamo tutti».

La cultura del piagnisteo di Lega e Cinque stelle

Matteo Salvini dice che i media sono contro il governo e che non s’è mai visto un tale dispiegamento di forze contro chi è a Palazzo Chigi.

Alessandro Di Battista si lamenta perché la gente si interessa troppo ai suoi soldi e non va bene, aggiunge, perché come li fa e li spende sono solo cazzi suoi.

Virginia Raggi dice che ce l’hanno tutti con lei perché è donna, del M5s e “scomoda”.

Sarà pure il “governo del cambiamento” ma intanto Cinque stelle e Lega assorbono e istituzionalizzano qualcosa di parecchio vecchio: la cultura del piagnisteo.

Dibba s’incazza perché c’è gente che gli chiede «chi ti paga?»

Alessandro Di Battista, neo-collega del Fatto Quotidiano, già parlamentare agit-prop del M5s, si è piuttosto indispettito. Dice che la gente è troppo interessata a come fa e spende i suoi soldi adesso che è volato in America, dice anche che questi sono fatti suoi. Insomma la nemesi del «Chi ti paga?»: anni e anni passati a inseguire politici con il microfono fuori dal Parlamento e con la tastiera su Twitter si ritorcono contro uno dei principali volti del tribalismo gentista. Mercoledì 13 giugno si è collegato in diretta Facebook per ricordarci ancora una volta che dal 29 maggio è in missione per conto di dio Travaglio, per cui sta scrivendo un primo reportage, e per difendersi dalle accuse di essere a zonzo a fare la bella vita con i soldi di Berlusconi per interposta casa editrice. Dibba, che ha improvvisamente riscoperto le virtù del privato, dice che non è «minimamente tenuto a dare certe informazioni». «Il modo in cui io campo – e campo con la mia famiglia – lo dico in maniera molto istituzionale, non essendo io più un pubblico ufficiale, sono cazzi miei. Non so se sia chiaro. Sono cazzi miei e soltanto miei il modo in cui mi guadagno da vivere». 

A parte il fatto che Dibba continua a essere un personaggio pubblico e a far politica, visto che recentemente aveva pure annunciato l’intenzione di rientrare in Italia per candidarsi di nuovo qualora fossimo tornati a elezioni a settembre, ecco a parte questo, il cittadino Dibba è l’esponente di primo piano di un partito che non ha mai distinto il privato dal pubblico, che ha titillato gli istinti più bassi della gente alimentando una cultura del sospetto letale, i cui danni resteranno anche quando Di Maio e i suoi non saranno più al governo. Per anni Dibba e i suoi hanno parlato soltanto di soldi e scontrini con una retorica insopportabile. Perché Dibba si stupisce e si adonta se adesso c’è chi gli chiede «chi ti paga?».