Mi piacerebbe ricostruire il momento esatto in cui è stato stabilito che tutto è consentito

Mi piacerebbe ricostruire il momento esatto in cui è stato stabilito che tutto è consentito. Se sei la leader di un partito puoi invocare l’affondamento di una nave che sta trasportando persone; se sei il ministro dell’Interno puoi trattare come biechi comunisti tutti quelli che non sono d’accordo con i “porti chiusi”, come se non si potesse essere di destra e pensare che questi sovranisti sono solo le scimmie del loro ideale; se sei il ministro dell’Interno, peraltro, puoi dire che i porti sono chiusi anche quando non è vero ma tanto a nessuno importa distinguere il verosimile dal falsosimile, l’importante è che le apparenze prevalgano sui dati di fatto. 

Mi piacerebbe ricostruire il momento esatto in cui le emozioni hanno preso il sopravvento sulla razionalità, in questo perenne stato emergenziale in cui c’è solo spazio per l’indignazione e il vittimismo, e in giro ci sono comunicatori spacciati per strateghi solo perché solleticano gli istinti delle persone. Come se non fosse fin troppo facile individuare ciò che ci rende potenzialmente una massa di imbecilli e far leva su quei disvalori per pura compravendita e propaganda elettorale. Non so cosa darei per vedere quel momento in cui tutto è cominciato. In cui è stato stabilito che puoi straparlare o strafare, e tanto vale tutto.

I fratelli di Pegasus – sul gran romanzo di @vannisantoni

I fratelli Michelangelo (Mondadori)

Di solito, quando leggo un libro di Vanni Santoni, mi metto a cercare un pezzo dell’autore in ogni pagina. Non solo perché l’ha scritto lui, il libro, che diamine, ma perché quando leggo un libro di Vanni sento la sua voce. È lui che me lo sta leggendo, ne sento le inflessioni, l’accento, il tono nei dialoghi. Stavolta insieme a lui e alla sua voce ho cercato gli altri libri di Vanni. Perché senza di quelli, Vanni Santoni non avrebbe potuto scrivere i “Fratelli Michelangelo” (l’eco dei Karamazov arriva subito fin dalla copertina), di cui sentivo parlare da anni: il “grande romanzo italiano”.

E infatti spuntano, come radici di un grande albero, “Gli interessi in comune”, “La stanza profonda”, i “Personaggi precari”. Sono tutti lì in questa magnifica storia che racconta la vicenda, tragica e comica, della famiglia Michelangelo. Edoardo Rialti sul mio giornale, Il Foglio, che è diventato un po’ anche quello di Vanni, ha scritto che “I fratelli Michelangelo” sono una grande e profondissima stanza profonda. O forse varie stanze profonde che s’incrociano, che comunicano. 

Questo  libro è dunque la storia di un decano di famiglia, Antonio, che ha sparso figli in giro per il mondo, letteralmente, e che a un certo punto decide di riunire i pargoli. C’è anche chi non sapeva manco di averlo come padre, Antonio, come quell’Enrico che è diventato subito il mio personaggio preferito e che pensava di essere figlio di un padre ebreo e s’era messo alla ricerca di se stesso, ma anche del babbo prematuramente scomparso, studiando quelle che pensava fossero le sue radici. Ma il babbo, si scopre, è un altro. Dirigente d’azienda all’Eni, scrittore di un solo libro, artista. Ingegnere umanista. Ecco, Vanni ha scritto una grandiosa narrazione epica famigliare, nella quale si indaga il rapporto fra padri e figli, sì, ma anche e soprattutto il romanzo di Vanni è una storia sul passato e l’identità. Quel passato che “è sopportabile – dice un personaggio del romanzo, ma non vi dico chi – solo se riusciamo a fare in modo di sentire, ancora, di essergli superiori”. 

Il libro di Vanni è un manifesto a favore dell’identità. Non dell’identitarismo, oggi declinato politicamente nel sovranismo, ma delle molteplici identità che possiamo rappresentare nella nostra esistenza. Identità che hanno un tratto comune, come per la famiglia allargata Michelangelo. Cinque figli di quattro madri diverse, come – ci viene ricordato – nei Cavalieri dello Zodiaco. Non il cartone, l’anime, ma il manga, il fumetto, dove questa parte della storia era presente. Ognuno dei figli rappresenta un’identità famigliare. Ma proprio perché non è identitarismo quello che racconta Vanni, si potrebbe pure dire che questo libro è anche un magnifico romanzo sulla globalizzazione (non credo a favore anche se io ci spero). Il padre, naturalmente, ne rappresenta la parte che a Vanni forse non piace, ma le vite che Antonio ha contribuito a generare ne sono la rappresentazione. Rappresentano anche il fallimento, se vogliamo, di una generazione. Alcuni dei figli sono irrisolti, cercano successo in quello che fanno senza ottenerlo, come Cristiana che vuole fare l’artista concettuale. Non so se sia la storia di TUTTA una generazione, forse di un suo pezzo sì. Di quella cantata da un noto gruppo bolognese: “Mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare un / anno all’estero / ma prima tre mesi da cameriere, così guadagno / qualche soldo / svegliati stronzo che sono trent’anni che mamma ti /mantiene / e le dispiace pure che vai a fare il cameriere / mi sono rotto il cazzo delle signorine che vogliono fare / un sacco di cose / ma non ne sono in grado e se ne accorgono tardi / e allora 800 euro per la reflex, 200 per yoga e 300 per i / peli del culo e 600 d’affitto /per emanciparsi”.

Nei “Fratelli Michelangelo” si scorrazza molto, da Bali a Milano, dal Saltino a Delhi. Poi però arriva il momento in cui i fratelli dai quattro angoli della Terra devono ricomporsi  nella nostra Toscana. Ritrovarsi. Sicché, man mano che si procede nella lettura, si capisce che Vanni Santoni ci sta regalando nientemeno che un romanzo di formazione: il romanzo di formazione di Antonio Michelangelo, attraverso i ricordi frammentati dei figli da piccoli e l’odio che nutrono nei suoi confronti, grazie al racconto delle vite che Antonio ha attraversato. Sia la sua, sia quella dei nuovi “Personaggi Precari”.  

I sovranisti alle vongole

I sovranisti alle vongole usano un linguaggio verbale violento nascondendolo dietro una illustre e abusata patina di politicamente scorretto, che invece avrebbe una sua dignità e una sua forza. Da anni identificano il nemico di turno a seconda della necessità biecamente elettorale. Se almeno ci credessero manterrebbero intatti ideali in cui eventualmente non riconoscersi ma da affrontare culturalmente come tali. Invece no. Cercano continuamente capri espiatori e un giorno, una volta esauriti i capri, saranno costretti a incolpare se stessi, ma solo dopo aver passato in rassegna tutto l’arco costituzionale. 

La cosa ancora più ridicola è l’atteggiamento da *italiano che non si fa mettere i piedi in capo* con la stessa posa di chi vorrebbe iniziare a leggere il giornale tutti i giorni solo quando è a fare il turista all’estero e s’incazza perché, *scandalo signora mia*, quei giornali che parlano di Pioltello curiosamente sulla Fifth Avenue non ci sono, non li vendono, e così sbuffano, salvo continuare a non leggerli, i giornali, al rientro nella povera e sovrana patria. 

La cosa più ridicola sono quelli che confondono l’idea di nazione con lo stato e ancora di più confondono lo stato con il governo. Come se criticare il governo automaticamente dovesse far scattare un senso di appartenenza a non si sa bene quale spirito identitario. “Lo stato siamo noi”, disse a giugno il ministro del sottosviluppo. Come in quell’occasione, vale la pena ricordare oggi che no, loro non sono lo stato. Loro sono il governo. Vale per quelli di ora, per quelli di prima e per quelli che verranno dopo.

Le due facce di Luigi Di Maio

Oggi Di Maio si è schierato in difesa dei gilet gialli, quelli che da settimane assediano Parigi (ma non sono violenti, no no: sabato scorso hanno solo sfondato la porta del ministero per i Rapporti con il Parlamento). Non solo: ha offerto il sostegno telematico della pregiatissima piattaforma Rousseau.

È lo stesso Di Maio che un anno fa faceva il macroniano e si rivolgeva così al presidente francese.


La mancanza di spirito

Una delle cose che mi colpiscono di più del dibattito pubblico è la totale assenza di un registro linguistico ampio. E siccome i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo, come già insegnava Wittgenstein, mi colpisce l’incapacità di leggere e descrivere i fatti se non attraverso le lenti dell’indignazione, della rabbia, del rancore, del livore; per non parlare di quelli che non solo non usano altro registro che non sia quello dell’indignazione, della rabbia, del rancore e del livore ma non sanno neanche distinguere l’ironia, quando la incontrano, che è potente e permette di sopravvivere alla retorica e alla depressione quotidiana. Forse vivrebbero meglio pure loro. In definitiva, non c’è niente di più arido e soffocante della mancanza di spirito.

Le riflessioni più ampie di Marco Minniti (Ecce Bombo)

Il “minnitometro”, come lo chiama Alessandro De Angelis, da mesi indica attese ed eterni passi avanti e indietro. «Serve una riflessione più ampia», diceva Michele Ventura, storico esponente del Pci-Pds-Ds, già vicesindaco di Firenze e vicecapogruppo del Pd alla Camera, abilissimo nel traccheggiare. Ogni settimana, per Minniti, pare essere quella decisiva; «entro due giorni si candida», ripetono da settimane i dirigenti renziani che gli stanno dando una mano. Questi due giorni nel frattempo sono diventati almeno dieci. Si sarebbe dovuto candidare fra martedì e mercoledì scorso, adesso pare che la decisione slitti a dopo l’assemblea del Pd di questo sabato. Nel frattempo, venerdì presenterà il suo libro con Matteo Renzi e Dario Nardella a Firenze. Sembra di sentire il Nanni Moretti di “Ecce Bombo”: «Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo».

Cari amici juventini, stavolta sembrate noi interisti

La Juventus mercoledì sera ha perso 2 a 1 in casa con il Manchester United, pur avendo giocato meglio. Era passata in vantaggio con un gol, pazzesco, di Cristiano Ronaldo, ha costruito più azioni di gioco in attacco, probabilmente meritava la vittoria anche se come sanno i filosofi del calcio non conta ciò che meriti ma il punteggio finale sul tabellino. A fine partita, Mourinho, allenatore del Manchester, ha messo la mano all’orecchio e si è girato verso il pubblico che per tutta la partita l’ha insultato dandogli di “uomo di merda”. “Sono stato insultato per 90 minuti – ha detto Mourinho – sono venuto qui per fare il mio lavoro. Non ho offeso nessuno, ho fatto solo il gesto di voler sentire di più. Non dovevo farlo, ma vengo qui solo per fare il mio lavoro e mi insultano la famiglia, non è bello”.

Eh no, gli hanno detto su Twitter e in tv con il ditino alzato, così non si fa. Se ti metti in ascolto del soave pubblico dopo esserti beccato di “uomo di merda” e aver vinto fuori casa sei “un miserabile cialtrone”, ha scritto qualcuno. Diversi tifosi della Juve hanno moraleggiato sul fatto che un “professionista” che guadagna “fior di quattrini” non deve reagire, c’è chi ha associato la reazione di Mourinho al populismo imperante (?!). Onestamente non si capisce perché tutto debba essere buttato in politica e che cosa ci azzecchino i grillini o il grillismo con uno che a un certo punto si rompe i coglioni di sentirsi dare di “uomo di merda” dalle curve. Così come non si capisce perché guadagnare “fior di quattrini” debba autorizzare chicchessia a insultare e berciare. I peggiori tifosi dell’Inter – e lo dico da interista – sono quelli che di solito piangono dopo una sconfitta accusando l’arbitro e i poteri forti. Stavolta mi pare che quei tifosi, indignati e adontati, siano gli juventini che se la prendono con Mourinho per aver vinto nei cinque minuti finali. Ha vinto per un colpo di culo? Pazienza, diceva Boškov, “squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti”.