I sovranisti alle vongole

I sovranisti alle vongole usano un linguaggio verbale violento nascondendolo dietro una illustre e abusata patina di politicamente scorretto, che invece avrebbe una sua dignità e una sua forza. Da anni identificano il nemico di turno a seconda della necessità biecamente elettorale. Se almeno ci credessero manterrebbero intatti ideali in cui eventualmente non riconoscersi ma da affrontare culturalmente come tali. Invece no. Cercano continuamente capri espiatori e un giorno, una volta esauriti i capri, saranno costretti a incolpare se stessi, ma solo dopo aver passato in rassegna tutto l’arco costituzionale. 

La cosa ancora più ridicola è l’atteggiamento da *italiano che non si fa mettere i piedi in capo* con la stessa posa di chi vorrebbe iniziare a leggere il giornale tutti i giorni solo quando è a fare il turista all’estero e s’incazza perché, *scandalo signora mia*, quei giornali che parlano di Pioltello curiosamente sulla Fifth Avenue non ci sono, non li vendono, e così sbuffano, salvo continuare a non leggerli, i giornali, al rientro nella povera e sovrana patria. 

La cosa più ridicola sono quelli che confondono l’idea di nazione con lo stato e ancora di più confondono lo stato con il governo. Come se criticare il governo automaticamente dovesse far scattare un senso di appartenenza a non si sa bene quale spirito identitario. “Lo stato siamo noi”, disse a giugno il ministro del sottosviluppo. Come in quell’occasione, vale la pena ricordare oggi che no, loro non sono lo stato. Loro sono il governo. Vale per quelli di ora, per quelli di prima e per quelli che verranno dopo.

Le due facce di Luigi Di Maio

Oggi Di Maio si è schierato in difesa dei gilet gialli, quelli che da settimane assediano Parigi (ma non sono violenti, no no: sabato scorso hanno solo sfondato la porta del ministero per i Rapporti con il Parlamento). Non solo: ha offerto il sostegno telematico della pregiatissima piattaforma Rousseau.

È lo stesso Di Maio che un anno fa faceva il macroniano e si rivolgeva così al presidente francese.


La mancanza di spirito

Una delle cose che mi colpiscono di più del dibattito pubblico è la totale assenza di un registro linguistico ampio. E siccome i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo, come già insegnava Wittgenstein, mi colpisce l’incapacità di leggere e descrivere i fatti se non attraverso le lenti dell’indignazione, della rabbia, del rancore, del livore; per non parlare di quelli che non solo non usano altro registro che non sia quello dell’indignazione, della rabbia, del rancore e del livore ma non sanno neanche distinguere l’ironia, quando la incontrano, che è potente e permette di sopravvivere alla retorica e alla depressione quotidiana. Forse vivrebbero meglio pure loro. In definitiva, non c’è niente di più arido e soffocante della mancanza di spirito.

Le riflessioni più ampie di Marco Minniti (Ecce Bombo)

Il “minnitometro”, come lo chiama Alessandro De Angelis, da mesi indica attese ed eterni passi avanti e indietro. «Serve una riflessione più ampia», diceva Michele Ventura, storico esponente del Pci-Pds-Ds, già vicesindaco di Firenze e vicecapogruppo del Pd alla Camera, abilissimo nel traccheggiare. Ogni settimana, per Minniti, pare essere quella decisiva; «entro due giorni si candida», ripetono da settimane i dirigenti renziani che gli stanno dando una mano. Questi due giorni nel frattempo sono diventati almeno dieci. Si sarebbe dovuto candidare fra martedì e mercoledì scorso, adesso pare che la decisione slitti a dopo l’assemblea del Pd di questo sabato. Nel frattempo, venerdì presenterà il suo libro con Matteo Renzi e Dario Nardella a Firenze. Sembra di sentire il Nanni Moretti di “Ecce Bombo”: «Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo».

Cari amici juventini, stavolta sembrate noi interisti

La Juventus mercoledì sera ha perso 2 a 1 in casa con il Manchester United, pur avendo giocato meglio. Era passata in vantaggio con un gol, pazzesco, di Cristiano Ronaldo, ha costruito più azioni di gioco in attacco, probabilmente meritava la vittoria anche se come sanno i filosofi del calcio non conta ciò che meriti ma il punteggio finale sul tabellino. A fine partita, Mourinho, allenatore del Manchester, ha messo la mano all’orecchio e si è girato verso il pubblico che per tutta la partita l’ha insultato dandogli di “uomo di merda”. “Sono stato insultato per 90 minuti – ha detto Mourinho – sono venuto qui per fare il mio lavoro. Non ho offeso nessuno, ho fatto solo il gesto di voler sentire di più. Non dovevo farlo, ma vengo qui solo per fare il mio lavoro e mi insultano la famiglia, non è bello”.

Eh no, gli hanno detto su Twitter e in tv con il ditino alzato, così non si fa. Se ti metti in ascolto del soave pubblico dopo esserti beccato di “uomo di merda” e aver vinto fuori casa sei “un miserabile cialtrone”, ha scritto qualcuno. Diversi tifosi della Juve hanno moraleggiato sul fatto che un “professionista” che guadagna “fior di quattrini” non deve reagire, c’è chi ha associato la reazione di Mourinho al populismo imperante (?!). Onestamente non si capisce perché tutto debba essere buttato in politica e che cosa ci azzecchino i grillini o il grillismo con uno che a un certo punto si rompe i coglioni di sentirsi dare di “uomo di merda” dalle curve. Così come non si capisce perché guadagnare “fior di quattrini” debba autorizzare chicchessia a insultare e berciare. I peggiori tifosi dell’Inter – e lo dico da interista – sono quelli che di solito piangono dopo una sconfitta accusando l’arbitro e i poteri forti. Stavolta mi pare che quei tifosi, indignati e adontati, siano gli juventini che se la prendono con Mourinho per aver vinto nei cinque minuti finali. Ha vinto per un colpo di culo? Pazienza, diceva Boškov, “squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti”.

Perché abolire il test di medicina è una sciocchezza

Nel comunicato della presidenza del Consiglio sulla manovra c’è scritto che il governo intende abolire il test di Medicina (poi s’è scoperto che i ministri competenti non erano stati avvertiti, molti complimenti) per permettere a tutti di «poter accedere agli studi». Come se a impedire l’accesso a Medicina ci fossero i soliti poteri forti, il solito Juncker o quella gialla dei Teletubbies o magari il mostro di Düsseldorf, rientrato in servizio per l’occasione. Qui non è in discussione la “vocazione” dei singoli, che peraltro non viene negata. La questione è un’altra.

– Lo scorso anno si sono iscritti alla prova in 67 mila per 9.779 posti disponibili. Da un giorno all’altro l’università italiana dovrebbe gestire 58 mila persone in più che automaticamente si iscrivono a medicina. Peraltro, l’intero ciclo formativo di uno studente e futuro medico specialista (sei anni di laurea più cinque di specializzazione, anche se alcune specializzazioni durano quattro, come psichiatria) costa allo Stato circa 150 mila euro. Sono 24.800 euro per la laurea più 128 mila per la specializzazione. Fatevi due conti così vi chiarite la differenza che c’è fra il costo di un medico e un laureato in scienza delle merendine.

– Gli allarmi sulla futura carenza di medici riguardano soprattutto medici specialisti. Cardiologi, anestesisti, ortopedici, internisti, quello che preferite. Non ha alcun senso aumentare gli ingressi se non esiste necessità di avere più medici non specializzati (mancheranno pure i medici di base, certo, ma anche per loro esiste una sorta di specializzazione, che dura tre anni). Avrebbe senso invece investire risorse per la specializzazione dei medici. E invece, come spiega il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, “oggi i posti per le scuole di specializzazione sono limitati a circa 7 mila, cosa accadrebbe se dalle facoltà uscissero 50 mila laureati in medicina, come si potrebbero specializzare?”.

Una storiella

Quando ero ragazzino, mio babbo mi raccontava sempre una storiella per farmi capire la differenza che c’è fra chi è sicuro dei propri mezzi e chi perde la trebisonda dopo aver scoperto improvvisamente ricchezza o potere. Mi raccontava di quel tale di Montelupo Fiorentino – il paese di mio babbo – che non aveva mai avuto mutande in vita sua. Un giorno gli regalarono un sacco di mutande, ma proprio tante, e quel tale passò il resto dei suoi giorni a farle vedere in giro. “C’ho le mutande! C’ho le mutande”, gridava mostrando l’elastico a destra e manca. Crescendo, questa storiella mi è stata molto utile per capire molte cose, compresa la differenza che c’è fra vincere e stravincere. Ecco, nel 2018 ho capito che quel tizio è Di Maio.