I fardelli di Appendino

Chiara Appendino ha diversi problemi politici (si fa per dire). Cerca la riconferma, chiede il sostegno al Pd per il secondo mandato, ma pesano i fardelli suoi e degli ex collaboratori, spiegavo in un pezzo di qualche giorno fa, dopo la richiesta di rinvio a giudizio del suo ex portavoce Luca Pasquaretta.

La notizia di oggi è che l’ex sovrintendente del Teatro Regio William Graziosi è indagato per corruzione e turbativa d’asta. Indagato anche Roberto Guenno, ex candidato del M5s alle comunali, tenore dalla carriera molto rapida (da corista sindacalista a responsabile Innovazione e sviluppo al Teatro Regio).

“Mi assumo io la responsabilità, William Graziosi è la persona giusta”, diceva Appendino nel 2018. 

Ma queste persone giuste sembrano non esserci, come dimostrano fin qui le scelte di Paolo Giordana, ex capo di gabinetto, cacciato per aver fatto togliere la multa a un amico, e Pasquaretta. 

Se a guidare Torino oggi ci fossero il centrodestra o il centrosinistra, il M5s farebbe le barricate.

Lo “spazio morale” di Goffredo Bettini

Lo stato d’emergenza ha causato riflessi pavloviani di massa, ma negli ultimi giorni si sta superando il livello di sopportazione consentita. E siccome, come diceva già un arguto filosofo del linguaggio (Nanni Moretti) le parole sono importanti, è bene prestare attenzione a cosa dicono, teorizzano e scrivono gli ultrà del pensiero neo-populista. 

Su quelli che hanno firmato l’appello del manifesto mi sono già espresso altrove. C’è una sinistra che ha riscoperto l’adagio montanelliano del turarsi il naso. C’è chi invece ha scelto di non turarsi un bel niente e preferisce sottrarsi alle descrizioni macchiettistiche di chi non vince le elezioni e spera di usare lo stato d’eccezione per prolungare la propria sopravvivenza politica. 

Chi parla di “agguati” partecipa proprio alla descrizione macchiettistica di qualsiasi posizione minimamente critica nei confronti dell’esecutivo, delle forze che lo compongono. Sarebbe bello strafottersene, ma non si può, come si capisce leggendo Goffredo Bettini sul Corriere della Sera, uno dei teorici non solo del governo Pd-Cinque stelle ma, già a suo tempo, di un nuovo amalgama, la famosa “casa comune” teorizzata da Dario Franceschini. 

“Non esiste lo spazio morale, oltre che politico, per ordire trame e ribaltare l’esecutivo”, dice oggi Bettini. A parte il fatto che concorrere al cambio di una maggioranza di governo fa parte del gioco democratico e non è una “trama” (e fa pure ridere che lo dica Bettini, principe del realismo romano e romanesco), ma il passaggio inquietante è quello sullo “spazio morale”. Il lessico è sostanza, i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo, per dirla in termini wittgensteiniani. Ma non deve stupire: Bettini appartiene a una tradizione politica che circoscriveva (e circoscrive) gli avversari identificandoli in termini di (im)moralità.

Il metodo Bonafede

Bonafede è diventato il bersaglio del metodo che gli ha consentito di campare politicamente per anni e di diventare quello che è. La telefonata di domenica era imbarazzante.

E dimostra una cosa a chi aveva ancora dei dubbi: c’è una “classe dirigente” cresciuta sotto la campana protettrice di media compiacenti, gente abituata a concionare senza contraddittorio, che ha imposto al dibattito pubblico le proprie scemenze nella certezza di non essere mai corretta.

Una “classe dirigente” che alla minima pressione o difficoltà va in tilt, balbetta o non sa come argomentare o contro argomentare perché abituata all’aiuto da casa.

Il problema, evidentemente inesplorato per i Bonafede (sono vari e non sono soltanto nel M5s), è che in politica arriva sempre, prima o poi, il momento del disvelamento.