L’argine anti-Salvini farà straripare Salvini?

Le trattative del possibile governo Pd-Cinque stelle procedono a strappi, ogni giorno ha la sua pena, c’è Luigi Di Maio che ha deciso di vestire i panni celoduristi di Matteo Salvini, approfittando magari di qualche (qualche…) debolezza di Nicola Zingaretti, è tutto un far di conto sul Beppe Conte bis (quanti sono i contiani tra i Cinque stelle in parlamento disponibili non al secondo governo ma persino al terzo o quarto pur di non tornare alle urne?). È atteso peraltro il voto della fondamentale e democratica piattaforma Rousseau, quella della democrazia diretta, sì, ma diretta da Casaleggio. 

Le trattative, si dirà, son così ovunque, figurarsi fra due partiti che si detestano da anni. Uno dei due, il M5s, è peraltro nato proprio contro il Pd. Nella logica che sottende questo nuovo possibile esecutivo, “argine al salvinismo”, si dice, non dovrebbe sfuggire la questione della compatibilità. Perché questo governo vedrebbe la luce proprio – lo ha spiegato anche Matteo Renzi – per fermare Salvini. 

Il problema è che adesso, pur cacciato Salvini, potrebbe valere ciò che era vietato quando il capo della Lega era al governo. “L’Europa deve cambiare linea economica adesso. In Germania arriva la recessione. L’export non basta più. La Brexit sarà un disastro per tutti. Lo scontro America-Cina ci vede alla finestra. Ora è tempo di investimenti e non austerity. Se l’Italia manda a casa Salvini, possiamo tornare protagonisti. Adesso”, dice Renzi. Tuttavia, come osserva Luciano Capone, “non capisco la logica secondo cui con Salvini non si può fare deficit e senza sì. Qualcuno dovrebbe spiegarlo. Adesso”. Il rischio di un governo giallo-rosso (o meglio giallo-Rousseau) spendaccione è alto. Così come è elevata la possibilità che Salvini, che preso da hybris (tracotanza) s’è fatto male da solo con i colpi di sole del Papeete, anche fuori dal Viminale possa continuare ad aver successo. L’accordo Pd-Cinque stelle non elimina le ragioni delle vittorie della Lega in questi anni (con il resto del centrodestra, certo). A Pisa, a Siena. A Ferrara. Alle regionali in Sardegna, in Abruzzo, in Piemonte, in Friuli-Venezia Giulia. Per non parlare di quello che potrebbe succedere alle prossime. In Umbria si vota il 27 ottobre, poi ci sono Calabria, Emilia Romagna e l’anno prossimo la Toscana. Il Pd, parecchio spaventato, ha aperto ai Cinque stelle anche sui territori. In Emilia, Stefano Bonaccini teme di perdere contro la Lega, che da quelle parti è più solida perché, come spiega Alessandra Ghisleri, è più radicata da anni. In Umbria Walter Verini si è rivolto anche ai grillini pur di battere Salvini. 

L’antisalvinismo non sembra essere sufficiente a risolvere i troppi problemi di identità di Pd e M5s. Anche i Cinque stelle ce li hanno, in queste ore: sono il partito di Beppe Conte o di Di Maio? Quelli del centrosinistra sono ancora più profondi o ramificati, ma quantomeno il Pd dovrebbe avere una visione del mondo diversa da quella dei Cinque stelle, come osserva Carlo Calenda nella sua lettera d’addio al Pd: “Penso che in democrazia si possano, e talvolta si debbano, fare accordi con chi ha idee diverse, ma mai con chi ha valori opposti. Questo è il caso del M5S… Non saranno 5 o 10 punti generici a far mutare natura a chi è nato per smantellare la democrazia rappresentativa cavalcando le peggiori pulsioni antipolitiche e cialtronesche di questo paese. Sapete bene che nulla abbiamo in comune con Grillo, Casaleggio e Di Maio. Ed è significativo il fatto che il negoziato non abbia neanche sfiorato i punti più controversi: dall’ILVA alla TAV, da Alitalia ai Navigator. Un programma nato su omissioni di comodo non è un programma, è una scusa”. Una scusa per governare.