I fratelli di Pegasus – sul gran romanzo di @vannisantoni

I fratelli Michelangelo (Mondadori)

Di solito, quando leggo un libro di Vanni Santoni, mi metto a cercare un pezzo dell’autore in ogni pagina. Non solo perché l’ha scritto lui, il libro, che diamine, ma perché quando leggo un libro di Vanni sento la sua voce. È lui che me lo sta leggendo, ne sento le inflessioni, l’accento, il tono nei dialoghi. Stavolta insieme a lui e alla sua voce ho cercato gli altri libri di Vanni. Perché senza di quelli, Vanni Santoni non avrebbe potuto scrivere i “Fratelli Michelangelo” (l’eco dei Karamazov arriva subito fin dalla copertina), di cui sentivo parlare da anni: il “grande romanzo italiano”.

E infatti spuntano, come radici di un grande albero, “Gli interessi in comune”, “La stanza profonda”, i “Personaggi precari”. Sono tutti lì in questa magnifica storia che racconta la vicenda, tragica e comica, della famiglia Michelangelo. Edoardo Rialti sul mio giornale, Il Foglio, che è diventato un po’ anche quello di Vanni, ha scritto che “I fratelli Michelangelo” sono una grande e profondissima stanza profonda. O forse varie stanze profonde che s’incrociano, che comunicano. 

Questo  libro è dunque la storia di un decano di famiglia, Antonio, che ha sparso figli in giro per il mondo, letteralmente, e che a un certo punto decide di riunire i pargoli. C’è anche chi non sapeva manco di averlo come padre, Antonio, come quell’Enrico che è diventato subito il mio personaggio preferito e che pensava di essere figlio di un padre ebreo e s’era messo alla ricerca di se stesso, ma anche del babbo prematuramente scomparso, studiando quelle che pensava fossero le sue radici. Ma il babbo, si scopre, è un altro. Dirigente d’azienda all’Eni, scrittore di un solo libro, artista. Ingegnere umanista. Ecco, Vanni ha scritto una grandiosa narrazione epica famigliare, nella quale si indaga il rapporto fra padri e figli, sì, ma anche e soprattutto il romanzo di Vanni è una storia sul passato e l’identità. Quel passato che “è sopportabile – dice un personaggio del romanzo, ma non vi dico chi – solo se riusciamo a fare in modo di sentire, ancora, di essergli superiori”. 

Il libro di Vanni è un manifesto a favore dell’identità. Non dell’identitarismo, oggi declinato politicamente nel sovranismo, ma delle molteplici identità che possiamo rappresentare nella nostra esistenza. Identità che hanno un tratto comune, come per la famiglia allargata Michelangelo. Cinque figli di quattro madri diverse, come – ci viene ricordato – nei Cavalieri dello Zodiaco. Non il cartone, l’anime, ma il manga, il fumetto, dove questa parte della storia era presente. Ognuno dei figli rappresenta un’identità famigliare. Ma proprio perché non è identitarismo quello che racconta Vanni, si potrebbe pure dire che questo libro è anche un magnifico romanzo sulla globalizzazione (non credo a favore anche se io ci spero). Il padre, naturalmente, ne rappresenta la parte che a Vanni forse non piace, ma le vite che Antonio ha contribuito a generare ne sono la rappresentazione. Rappresentano anche il fallimento, se vogliamo, di una generazione. Alcuni dei figli sono irrisolti, cercano successo in quello che fanno senza ottenerlo, come Cristiana che vuole fare l’artista concettuale. Non so se sia la storia di TUTTA una generazione, forse di un suo pezzo sì. Di quella cantata da un noto gruppo bolognese: “Mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare un / anno all’estero / ma prima tre mesi da cameriere, così guadagno / qualche soldo / svegliati stronzo che sono trent’anni che mamma ti /mantiene / e le dispiace pure che vai a fare il cameriere / mi sono rotto il cazzo delle signorine che vogliono fare / un sacco di cose / ma non ne sono in grado e se ne accorgono tardi / e allora 800 euro per la reflex, 200 per yoga e 300 per i / peli del culo e 600 d’affitto /per emanciparsi”.

Nei “Fratelli Michelangelo” si scorrazza molto, da Bali a Milano, dal Saltino a Delhi. Poi però arriva il momento in cui i fratelli dai quattro angoli della Terra devono ricomporsi  nella nostra Toscana. Ritrovarsi. Sicché, man mano che si procede nella lettura, si capisce che Vanni Santoni ci sta regalando nientemeno che un romanzo di formazione: il romanzo di formazione di Antonio Michelangelo, attraverso i ricordi frammentati dei figli da piccoli e l’odio che nutrono nei suoi confronti, grazie al racconto delle vite che Antonio ha attraversato. Sia la sua, sia quella dei nuovi “Personaggi Precari”.