Perché abolire il test di medicina è una sciocchezza

Nel comunicato della presidenza del Consiglio sulla manovra c’è scritto che il governo intende abolire il test di Medicina (poi s’è scoperto che i ministri competenti non erano stati avvertiti, molti complimenti) per permettere a tutti di «poter accedere agli studi». Come se a impedire l’accesso a Medicina ci fossero i soliti poteri forti, il solito Juncker o quella gialla dei Teletubbies o magari il mostro di Düsseldorf, rientrato in servizio per l’occasione. Qui non è in discussione la “vocazione” dei singoli, che peraltro non viene negata. La questione è un’altra.

– Lo scorso anno si sono iscritti alla prova in 67 mila per 9.779 posti disponibili. Da un giorno all’altro l’università italiana dovrebbe gestire 58 mila persone in più che automaticamente si iscrivono a medicina. Peraltro, l’intero ciclo formativo di uno studente e futuro medico specialista (sei anni di laurea più cinque di specializzazione, anche se alcune specializzazioni durano quattro, come psichiatria) costa allo Stato circa 150 mila euro. Sono 24.800 euro per la laurea più 128 mila per la specializzazione. Fatevi due conti così vi chiarite la differenza che c’è fra il costo di un medico e un laureato in scienza delle merendine.

– Gli allarmi sulla futura carenza di medici riguardano soprattutto medici specialisti. Cardiologi, anestesisti, ortopedici, internisti, quello che preferite. Non ha alcun senso aumentare gli ingressi se non esiste necessità di avere più medici non specializzati (mancheranno pure i medici di base, certo, ma anche per loro esiste una sorta di specializzazione, che dura tre anni). Avrebbe senso invece investire risorse per la specializzazione dei medici. E invece, come spiega il rettore della Sapienza Eugenio Gaudio, “oggi i posti per le scuole di specializzazione sono limitati a circa 7 mila, cosa accadrebbe se dalle facoltà uscissero 50 mila laureati in medicina, come si potrebbero specializzare?”.

Una storiella

Quando ero ragazzino, mio babbo mi raccontava sempre una storiella per farmi capire la differenza che c’è fra chi è sicuro dei propri mezzi e chi perde la trebisonda dopo aver scoperto improvvisamente ricchezza o potere. Mi raccontava di quel tale di Montelupo Fiorentino – il paese di mio babbo – che non aveva mai avuto mutande in vita sua. Un giorno gli regalarono un sacco di mutande, ma proprio tante, e quel tale passò il resto dei suoi giorni a farle vedere in giro. “C’ho le mutande! C’ho le mutande”, gridava mostrando l’elastico a destra e manca. Crescendo, questa storiella mi è stata molto utile per capire molte cose, compresa la differenza che c’è fra vincere e stravincere. Ecco, nel 2018 ho capito che quel tizio è Di Maio.